località al Cristo di Monte Berico
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Approfondimenti    Approfondimenti

...INFORMAZIONI E CURIOSITÀ...

Perché GI-RA-LA-FO-GL-IA

un viaggio che conduce appunto a Giralafoglia, sotto la quale foglia si nasconde un mondo alla scoperta della natura, dei boschi, dei campi, delle culture e delle colture ad essa legate...
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Giangaetano Meschinelli
...curriculum vitae....
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 Alcuni parenti famosi vissuti nel XIX°/XX° secolo


Come nasce L'AZIENDA/FATTORIA DIDATTICA
Presentazione dell'idea e del percorso che ha portato alla realizzazione di questo progetto didattico-naturalistico.
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Aule didattiche e Strutture al coperto
Come è organizzata GIRALAFOGLIA.
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Cos'è una CITY FARM
Caratteristiche di una city farm
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In natura i colori più belli
Una scheda molto interessante sui colori, come si realizzano, come si trovano in natura e come si "usano" nella vita di tutti i giorni.
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Nuove opportunità di SVILUPPO delle imprese agricole
Retroscena e prospettive nell'intraprendere la strada dell'impresa agricola, in un'ottica di qualità e sicurezza.
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...NATURA E BIODIVERSITÀ...

Il compostaggio
i rifiuti organici - composti-amoci - composti-amo - compostaggio? Sì, grazie - indicazioni pratiche per il compostaggio - diversi modi di composare...
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Il terreno agrario
origine e composizione del suolo - il profilo del suolo - composizione e caratteristiche - la distruzione del suolo
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Grandi colture agricole
Che cosa sono le grandi colture - Dalla semina al Raccolto - Cicli di vita diversi - I Bisogni delle Piante - La cura delle piante.
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La "cultura" degli orti familiari
Un tempo il termine “orticoltura” designava in modo specificato la coltivazione degli orti ad uso familiare, i quali sostenevano e nutrivano intere famiglie che attraverso di essi erano auto-sufficienti.
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BIRDWATCHING
Il “birdwatching” è un'hobby inerente l'osservazione e lo studio degli uccelli.
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FOSSILI, le pietre raccontano
Quando vivevano i dinosauri, gli uomini non erano ancora comparsi sulla terra. Ma allora come facciamo noi a conoscere i dinosauri e gli animali preistorici?
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IL FOSSO - Biodiversità
La vita e le dinamiche di un fosso, dalla flora alla fauna a tutti i meccanismi di regolazione.
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GLI AMBIENTI DEL FOSSO
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L’ECOSISTEMA DEL FOSSO
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IL PIOPPO - scheda tecnica
Cos'è un pioppo; i pioppi delLa Valletta del Silenzio e curiosità.
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IL PERCORSO della "CACCA"
Compostaggio domestico/Raccolta differenziata
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La VITA laboriosa della NATURA nei CAMPI
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Vita della natura, nascosta nei giardini...e quella segreta dei boschi
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IL MONDO degli UCCELLI
Presentazione delle caratteristiche degli uccelli, arricchita di foto ed i suoni emessi da questi animali sorprendenti.
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IL MIELE
Presentazione delle caratteristiche e qualità del miele
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OSSERVARE l'infinitamente grande... e l'infinitamente piccolo
Strumenti per osservare i fenomeni grandi e piccoli del nostro ecosistema. - Cos'è il MICROSCOPIO.
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...STORIA...

Il mondo contadino: fattore nostalgia
Memorie di un mondo lontano, ma ancora vivissimo nel ricordo di molti contadini anziani.
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Le storie che non finiscono mai
“Noi abbiamo scoperto che certe storie vere non finiscono mai, perchè ricominciano sempre..."
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Storia di Monte Berico
Una piccola presentazione della nascita della Basilica e dei miracoli avvenuti, che portarono alla costituzione di un santuario visitato da migliaia di fedeli ogni anno.
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Le Suore Carmelitane ‘Scalze’ di clausura
Una storia nel ‘silenzio della Valletta’, ascoltando il Vangelo.
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Antonio Fogazzaro
Una piccola presentazione del poeta che ha "solcato questa terra".
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Perché "Giralafoglia"

Una foglia qualunque sospesa sopra una pianta o caduta e calpestata per terra è una semplice foglia tra le migliaia che ogni anno nascono, si sviluppano, crescono, muoiono, volano e cadono nei boschi e sui prati di campagna, di montagna, di collina o di città di tutto il mondo.

Ma se una di queste, magari la più bella e colorita, viene raccolta, osservata attentamente e girata per scoprire l’altra faccia della stessa, quella semplice ma stupenda foglia può diventare l’inizio di un viaggio: un viaggio che conduce appunto a Giralafoglia, sotto la quale foglia si nasconde un mondo alla scoperta della natura, dei boschi, dei campi, delle culture e delle colture ad essa legate.

Quindi attenzione, non tutti i libri sono fatti di carta: bensì appunto possono essere fatti di valli, di varietà di animali e vegetali, di voci, suoni, profumi, emozioni, sensazioni e culture vicine e lontane.
Purtroppo qui questi libri un po’ speciali sono molto grandi e quindi non è possibile portarli a scuola: per fortuna però che questi si possono sfogliare là dove sono e farlo è un’esperienza divertente, accattivante e ricca d’insegnamenti e di valori educativi: uno di questi libri si trova a Giralafoglia, un’azienda agricola specializzata nella didattica ambientale per le scuole ed i gruppi d’interesse.


E’ affascinante ed altresì curioso andare alla ricerca di etimologìe di alcuni nomi.
Meritano di essere particolarmente menzionati le origini di tre parole chiave sulle quali si basa parte della didattica dell’Azienda Giralafoglia: LIBRO – FOGLIO – PAGINA, tutte collegate fra loro attraverso il concetto di “carta”, materiale ancora in larghissimo uso oggi ma che attraverso il computer e la tecnologia hanno in parte cambiato il loro utilizzo.

Ad esempio, il nome “Libro” deriva da una radice europea che indica corteccia , buccia: infatti il termine, in gergo botanico detto anche floema, sta ad indicare la parte più interna dei tre strati nei quali si divide la corteccia degli alberi (scorza, corteccia ed appunto libro), sul quale un tempo scrivevano i nostri antichi, dal quale uso è poi venuta la voce libro nel significato di qualsiasi materiale contenente uno scritto (trattasi di fogli sciolti, raccolti e rilegati con una copertina rigida che li contiene).
I Francesi chiamano la carta (nome di origine sconosciuta ed incerta) da scrivere papier, gli Inglesi paper, i Tedeschi papier: ma tutte prendono radice dalla parola papyrus, il famoso papiro egiziano, vero antenato della carta, dove avvennero le prime forme umane di scrittura.
Anche la voce italiana ‘Foglio’ deriva dalla foglia degli alberi, specialmente delle palme, su cui pure si scriveva un tempo.
Si parla invece di ‘Pagina’, per intendere ogni facciata di un foglio di libri o quaderni, ma essa rappresenta anche una delle due facce della lamina fogliare di una foglia di un albero (distinguendo allora la p. superiore da quella inferiore della foglia stessa).

CURRICULUM VITAE

Sono nato a Roma nel 1957, ho una sorella maggiore di due anni più grande ed un fratello di quattro anni più giovane. In quanto figlio di diplomatico di carriera, ho vissuto in vari paesi sin da piccolissimo (Iran, Inghilterra, Francia, Svizzera, Roma e Sudafrica), frequentando le scuole elementari in lingua francese, le medie ed il liceo scientifico in italiano ed alcuni anni di un istituto tecnico-scientifico para-scolastico in inglese, esperienze che mi hanno permesso soprattutto di imparare le lingue e d’acquisire un buon spirito d’adattamento. Tornato nel 1978 in Italia, a Padova mi sono diplomato in Statistica presso l’Università cittadina (con tesi su “Dinamica demografica nei Paesi Africani del Dopoguerra), lavorando poi per alcuni anni nel settore import-export di aziende vicentine; ho poi avuto una breve esperienza presso un istituto di credito cittadino, per poi lavorare un anno presso un’azienda agricola di uno zio in Umbria..
Durante la mia infanzia, la mia adolescenza, nel corso degli studi e nelle prime esperienze di lavoro accennati, tuttavia, sono stato sempre molto vicino ad interessi nel campo delle scienze naturali, attento ammiratore ed osservatore ‘free-lance’ della natura, dei suoi stupefacenti fenomeni e segreti, nei suoi aspetti agronomici, ecologici, geografici, climatici ed ambientali, dedicando il tempo libero a seguire le proprietà agricole della famiglia. Ho effettuato vari viaggi ‘avventurosi’ di piacere, per mezzo di un camper 4x4 appositamente attrezzato, principalmente in Africa ed in Vicino Oriente, oltre che in Europa, scoprendo e conoscendo colture e culture diverse, dove, in particolar modo nei paesi in via di sviluppo, spesso si ha la sensazione di fare un salto indietro nel tempo di cent’anni, con sistemi e tradizioni agricoli da noi ormai scomparsi da molto tempo, ma rimasti nei vivi ricordi di molti anziani delle nostre campagne venete.
Grande appassionato di sport, ho giocato a basket a discreto livello agonistico (a Roma, in Sudafrica, poi qui a Vicenza).
Nel 1982 conseguo la qualifica di Coltivatore Diretto, che mi permette di condurre direttamente le campagne a Vicenza (Bertesina e Monte Berico) ed a Montegaldella, precedentemente condotte da affittuari. Attualmente i circa 40 ettari di seminativi (mais/frumento/soia) sono coltivati tramite la collaborazione di lavoratori conto-terzisti. Nel 1990 intraprendo l’attività di apicoltore, prima con 5 alveari, poi con 10, ed infine con circa 160, dislocati sulle colline dei Monti Berici, arrivando a produrre fino a 70 quintali di miele all’anno. Nel 1993 coltivo pioppi su circa 12 ettari di terreno. Vivo qui a Vicenza ormai da circa 30 anni, sono sposato ed ho due figli.
Nel 2005, per quanto riguarda la proprietà dove risiedo (Monteberico), coltivata ancora a pioppi e bosco ceduo, ho iniziato a pensare al progetto agri-turistico Giralafoglia/Fattoria Didattica.

Alcuni parenti vissuti nel secoli XIX e XX che hanno segnato la storia scientifica italiana


Da parte paterna, è doveroso ricordare la figura di LUIGI (ALOYSIUS) MESCHINELLI (Vicenza 1865-1933), fratello del nonno di Giangaetano, dottore in scienze naturali, geologo, professore universitario a Napoli, membro della commissione del Museo Civico presso Palazzo Chiericati a Vicenza, paletnologo (la ‘paletnologia' o paleo-etnologia è la scienza che studia la cultura delle civiltà umane preistoriche e protostoriche attraverso l'analisi dei reperti materiali) e paleontologo (la ‘paleontologìa’ è invece la scienza che studia gli esseri viventi, vissuti nel passato geologico ed i loro ambienti di vita).

Ha avuto varie cariche importanti ed ha scritto numerosi libri ed articoli su riviste specializzate dell’epoca, collaborando con altri personaggi illustri dell’epoca, quali i vicentini Ramiro Fabiani, Paolo Lioy, lo scienziato fisico Ambrogio Fusinieri (essendo questo d’epoca precedente, conobbe i suoi importanti studi), il veneziano David Levi Morenos (piscicoltura), l’americano X. Squinabol (flora-Composite del Terziario italiano), con il quale ebbe frequenti relazioni epistolari in inglese ed in latino.


Tra questi lavori, è curioso ricordare ad esempio alcune ricerche interessanti, quali:

  • lo studio su avanzi preistorici della Valle di Fontega, nella zona del Lago di Fimon (Vicenza), con ritrovamenti fossili di palafitte umane, barche preistoriche ed altri strumenti di legno;
  • la scoperta di un chirottero fossile nelle ligniti di Monteviale/Vicenza (il cui termine scientifico è Archeopteropus transiens Mesch.);
  • i numerosi studi di piscicoltura ed acquicoltura lacustre e fluviale (sul salmone reale ‘californiano’, sulle trote, sulle incubatorie, sul pesce-gatto, ecc.);
  • un corso pratico di orticoltura;
  • studi su funghi fossili, sui fenomeni vulcanici dei Colli Berici, sulla mineralogia, sulla geologìa e sui concimi;
  • considerazioni su ‘la fine del mondo’ (!).

I terreni agricoli di proprietà della famiglia Meschinelli d’origine, denominati un tempo comunemente “orti Meschinelli” (che rifornivano la città di ortaggi e verdure), erano localizzati nell’attuale zona di Bertesina dove oggi sorgono la Caserma americana Ederle, le Carceri, il quartiere S. Pio X e l’area adiacente il tratto di rete ferroviaria Vicenza-Schio/Vicenza-Treviso.

Da parte materna, degno di menzione è DOMENICO LAMPERTICO (1856-1941), fratello di un nonno, figlio del famoso senatore vicentino Fedele Lampertico (1833-1906). Fu una nobile figura dell’antico mondo vicentino, gentiluomo di nascita e di sentimenti ed uno dei valorosi soldati del nostro ‘risorgimento agrario’. Laureatosi in legge a Padova per assecondare i desideri del padre, più che per seguire le sue reali inclinazioni, subito dopo egli rivolse tutta la sua attività ed energìe all’agricoltura, dedicandosi ad essa con grande amore ed intelligenza, con severi studi e ricerche.
Giovanissimo, fu chiamato a Segretario di quel glorioso Comizio Agrario di Vicenza, che fu il centro di riferimento di tutte le istituzioni agrarie della Provincia e la prima fucina d’attività del pensiero agricolo, adoperandosi attivamente perché anche Vicenza potesse avere una Cattedra Ambulante di Agricoltura.
Tutte le questioni ed i problemi agrari furono trattati con profonda competenza e vivo entusiasmo, diffondendo idee per la santa causa del progresso agrario per avere un’Italia economicamente potente ed indipendente; molte conferenze, letture, pubblicazioni e giornali agricoli del tempo avevano sempre l’onore d’ospitare i suoi scritti.
Innumerevoli furono i suoi studi e le sue cariche sociali, ma si possono citare alcuni:

  • Propaganda per l’insilamento dei foraggi;
  • Lavori di viticoltura, zoologìa, biologìa ed economìa agraria;
  • Trattazioni di rapporti tra fittavoli e proprietari e delle case rurali;
  • Iscrizione dei contadini alla Cassa di Previdenza, della pensione ai lavoratori dei campi;
  • Moltissime note e consigli di stagione, osservazioni chiare, le providenze da adottare nei casi imprevisti, tutte preziose e magistrali lezioni di vita agraria vissuta; infatti ogni pratica da lui coscienziosamente indicata, era stata sperimentata prima nel ‘laboratorio’ dei suoi campi, per il miglioramento dell’industria agraria e delle condizioni economiche dei lavoratori della terra, al benessere dei quali indirizzò instancabilmente sempre la sua opera, senza ricercare plausi o gratificazioni esterne, ma invitando invece tutti a collaborare per il perfezionamento dell’agricoltura italiana;
  • istituzione nella sua campagna di Montegaldella (Vicenza), la cui proprietà si estendeva per diverse centinaia di ettari, raggiungendo i paesi limitrofi quali Montegalda, Cervarese, Colzè, ecc., di una ‘cucina aziendale’, per dar modo agli operai che venivano da lontano (soprannominati i ‘cariolari’, per le operazioni manuali di sistemazione agraria del terreno allora spesso incolto, sconnesso e coltivato a boscaglia per il legname e la pastorizia) di trovare, specialmente durante l’inverno, un cibo caldo e sostanzioso;
  • Sindaco del Comune di Montegaldella per sette lustri, dove vi prodigò le migliori cure ed energie;
  • socio corrispondente del R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti e dell’Accademia dei Georgofili, oltre che nominato Cavaliere del Lavoro per meriti agricoli.
    Per altre opere e scritti, in allegato è possibile consultare un elenco importante.

In una nota bibliografica del figlio Gaetano (Nello) Lampertico del 1947, viene riportato quanto segue:
Domenico Lampertico appartenne a quella esigua schiera di sani spiriti che nell’ultimo ventennio dell’Ottocento e nei primissimi anni del secolo corrente, lottando contro difficoltà di cui i giovani d’oggi non possono formarsi alcuni idea, spesso incompresi, combatterono aspramente e tenacemente contro l’empirismo e le consuetudini, contro l’ignoranza, l’apatìa ed il quietismo di molti proprietari e ci diedero quell’agricoltura che oggi è aperta alle più luminose conquiste di un avvenire sempre più fecondo”.

Quando morì il padre Fedele, Domenico aveva appena 50 anni, ma, sebbene ancora nel pieno delle sue capacità professionali, rinunciò a cariche ed uffici che largamente copriva e che gli venivano offerti da amici ed estimatori; a nulla valsero le insistenze e gli inviti e pur professando il suo amore per l’arte dei campi attraverso lunghe ore di studio fra i molti libri e nella stessa Montegaldella, pur offrendo la propria terra come palestra di studi e di sperimentazioni, egli si chiuse nel suo dolore, nel silenzio e nell’amore dei figli.
La nostra agricoltura aveva così perso prematuramente uno dei suoi più nobili pionieri, un valoroso apostolo, un forte ingegno dotato di un profondo e non comune spirito di carità che effondeva in ogni atto della sua mente, in ogni attività materiale, qualità le cui radici dovevano ricercarsi nel Vangelo e nel vero Amore Divino (diceva: “Come è vero che amare è bene: ma insegnare ad amare è meglio! ”).
A testimonianza di queste doti eccezionali, vi furono delle persone comuni che, pur frequentandolo e sperimentando la sua modestia, la sua anima di bontà e di rettitudine, il suo carattere dolce e generoso, la sua intelligenza e la sua cultura, i tesori nascosti nel suo cuore e nella sua mente, ammirando anche le sue virtù singolari di padre di famiglia e di cristiano, poterono ignorare che egli fosse un uomo la cui fama aveva varcato le mura cittadine, tanto Domenico rifuggiva di parlare delle cose sue per una semplicità pìa e signorile.

Anche il più famoso FEDELE LAMPERTICO (1833-1906), figura di primo piano nella storia vicentina ed italiana, trisnonno di Giangaetano, padre di Domenico precedentemente illustrato (tra l’altro discepolo ed amico del poeta Giacomo Zanella e zio dello scrittore Antonio Fogazzaro), grande statista, economista, scrittore, storico ed uomo politico, ha effettuato anche importanti studi di Statistica applicata anche nel campo agronomico, atmosferico, demografico e del commercio.

Sempre da parte materna, è doveroso ricordare che il bisnonno, certo HANS GOLDSCHMIDT, fu uno scienziato tedesco che nel 1898 inventò la allumino-termìa, cioè quel processo di riduzione in polvere degli ossidi di metallo e appunto d’alluminio (miscela incendiaria detta termìte), la cui combustione attraverso saldatura sviluppa elevate temperature: venne utilizzato per ottenere metalli liberi (per esempio nell’industria ferroviaria) e bombe incendiarie (durante la seconda guerra mondiale).
In modo più specifico, l'impiego più comune dell'alluminotermia si ha nella preparazione sia di metalli ad elevato grado di purezza (cromo, manganese, molibdeno e vanadio), che di particolari ferroleghe (ferro-titanio, ferro-boro, ferro-vanadio, ferro-tungsteno, ferro-zirconio, ecc.). Un uso particolarmente interessante dell'alluminotermia riguarda la saldatura "in loco" di sbarre massicce di acciaio (es. le rotaie delle ferrovie); a questo scopo si usa una particolare miscela di polvere di alluminio ed ossido ferrico, denominata termìte.

COME NASCE L'AZIENDA/FATTORIA DIDATTICA

Come nasce l'idea, la trasformazione e la realizzazione - da un'attività agricola tradizionale ad una didattica ambientale (agriturismo didattico-ambientale) specializzato per la scuole e gruppi di interesse.
Potrà apparire difficile e lontano capire che cosa hanno in comune un’attività agricola produttiva con il mondo dei bambini e delle scuole, come la campagna possa ‘sposarsi’ con un’attività didattica rivolta essenzialmente ai giovani ed agli adolescenti in particolare.

Ma pensandoci bene, almeno per quello che è capitato a me, tutto è nato dalla consapevolezza (sperimentata sulla mia vita in passato) che la 'natura, il suo corso e le attività umane collegate con essa, sono realtà meravigliose che i bambini – sempre più travolti, coinvolti ed immersi in un mondo

inquietante, ‘metropolitano’, spesso superficiale e frenetico e molto tecnologico – devono ri-avvicinare e godere, come una tappa importante per la loro crescita emozionale e sperimentale, alla scoperta appunto di tutte le meraviglie che la natura ci offre in mille sfaccettature diverse e che spesso sfuggono agli occhi .
Nel senso che personalmente mi sono accorto, ad un certo momento della mia vita, quanto la campagna nel suo complesso (i fiori, gli alberi, un semplice paesaggio od uno scorcio di panorama naturale, magari

attraverso una gita, una passeggiata spensierata e rilassante) hanno accompagnato inconsapevolmente i momenti forse più belli e significativi della mia adolescenza e della gioventù. E' stato per me riscoprire una piccola parte di me stesso che è rimasta 'bambino'.
Spero che le mie emozioni, la mia passione, le mie storie e le mie modeste conoscenze ed esperienze possano coinvolgere ed interessare i miei visitatori.

A chi può interessare una Fattoria Didattica ?

Non credo che gli interessi di una persona debbano essere legati esclusivamente al suo mondo lavorativo ed alla sua categoria sociale o religiosa d’appartenenza, ma credo invece che essi debbano interessare e spaziare sul mondo che vive, interessandosi su tutto ciò che lo circonda.
Se poi si parla d’ambiente, di natura, di ecologia e di territorio da tutelare, tutti hanno il dovere morale di conoscere quell’immenso ed incredibile patrimonio che ci appartiene e che, in quanto “nostro” (sotto i nostri piedi e sopra la nostra testa), dobbiamo imparare ad amare ed a proteggere.
E poiché sono convinto che per amare ed appassionarsi bisogna conoscere, questa cultura e questa coscienza vanno coltivate e stimolate sin da bambini, nelle famiglie e nelle scuole, che sono le più belle palestre di vita di tutti noi.

Così ho pensato che la scommessa e la sfida che gioco anche a livello individuale, sono quella del saper coniugare e far vivere assieme il 'globale' ed il 'locale', intesi come radici ed ali: le radici come attaccamento al concreto, alla terra, al presente al noto; ali, invece, per poterci innalzare sopra di noi, vedere dall'alto, più lontano ed in maniera più obiettiva, in definitiva moltiplicare cioè i significati.
Credo quindi che un'esperienza in fattoria è per la scuola ed i suoi partecipanti un esempio del processo contro l'evento, ossia la dimostrazione che ogni evento, sia pur piccolo, inserito in un processo, mentre ne amplifica i significati, lo rende anche visibile.

La fattoria e la vita che in essa si conduce è la realizzazione dell'importanza dell'invisibile rispetto al visibile, della profondità rispetto alla superficie, della sostanza rispetto al marchio, del fare rispetto alla parola ed alla teoria.

AULA DIDATTICA E STRUTTURE AL COPERTO
L’Azienda Giralafoglia, oltre alle varie attività svolte in aree all’aperto dove tra l’altro è possibile effettuare il pic-nic per la merenda o la pausa-pranzo, dispone di un ampio spazio ‘indoor’, eventualmente riscaldato, per svolgere una didattica attraverso applicazioni pratiche, approfondimenti, manualità, giochi educativi, dove i visitatori possono sviluppare ulteriori conoscenze ed apprendimenti – anche in caso di maltempo.
L’area in particolare dispone di:
Sala di proiezione di diapositive, filmati, documentari ed un sistema di riprese in diretta o differita – tramite micro-telecamere con microfoni opportunamente predisposte nella natura circostante – che permette di osservare varie situazioni e fasi di vita della fauna/flora locali.
Tavolo attrezzato con microscopi per l’osservazione ravvicinata di materiali appositamente raccolti nell’uscita didattica.
Spaziosi tavoli per attività pratiche (disegni, ritagli, costruzioni o assemblaggi, ecc.).
Laboratorio artigianale, completo di sala di smielatura e confezionamento per quanto riguarda l’Apicoltura (filiera del Miele, dall’arnia al vasetto).
Sotto-portico e cortile aziendale con tavoloni e piccolo anfiteatro originale, utili per una stazione didattica particolare.
A servizio dei visitatori, l’azienda dispone di due bagni (di cui uno predisposto per ospitare persone diversamente abili) con anti-bagno, oltre di un altro bagno a servizio del Laboratorio Apistico.

Cos'è una City Farm

City FarmLe fattorie di animazione o fattorie urbane (City farms) sono delle strutture situate di solito in ambito urbano o peri-urbano, che hanno l’obiettivo, soprattutto per i bambini, di far scoprire il legame che unisce il mondo rurale/agricolo/produttivo con quello urbano. Sono delle Fattorìe didattiche/educative a tutti gli effetti, ma a ridosso delle città.

Di solito sono gestite direttamente da comuni o da associazioni. Esse sono molto diffuse in tutta Europa, particolarmente in quella del nord (Belgio, Francia, Olanda, Germania, Gran Bretagna, Svezia, Danimarca e Norvegia), dove si sono raggruppate in una rete europea, la European Federation of City Farms (E.F.C.F.). In Italia sono rarissime.
Trascorrere infatti una giornata in campagna, ad un passo dalla città, con personale specializzato e/o educatori naturalistici/ambientali, permette la familiarizzazione con la natura e fa comprendere le relazioni esistenti tra i vari sistemi produttivi.

Una campagna in città:
i suoi abitanti (fauna e flora)

Animali della ForestaL’Azienda Didattica GIRALAFOGLIA, nello scenario magico della Valletta del Silenzio, può essere considerata una vera e propria “city-farm” privata: siamo in linea d’aria a circa 1 chilometro da Piazza dei Signori di Vicenza!

Qui in un bosco naturale di collina convivono in perfetta armonia numerosi animali e vegetali che creano un vero e proprio micro-eco-sistema naturale.

UccelliFra gli uccelli (un vero paradiso di suoni e canti), si annoverano merli, piccioni, cornacchie, gazze, passeri, fringuelli, verdoni, aironi, pettirossi, picchi, gheppi, rondini, civette, allocchi, poiane, fagiani, regoli, codirossi, upupe e verzellini ed altre specie ancora: molti svernano qui e passano la bella stagione.

Fra la fauna terrestre semi-cittadina, si devono distinguere due situazioni diverse: le specie autoctone, che scendono dalle colline e dai boschi berici, adattandosi bene, e quelle introdotte dall’uomo per incuria od errore – queste ultime di solito creano solo danni all’ecosistema, alterando enormemente la catena alimentare (nutrie, testuggini palustre americane, ecc.).
Animaletti del boscoTra le specie nostrane, saltellano lepri (La Valletta del Silenzio è zona di ripopolamento, dove vige il divieto di caccia!), rilasciate intenzionalmente per la riproduzione, ma anche volpi, tassi, faine, ricci, talpe, pipistrelli, rane, gechi, salamandre, pesce gatto, per non elencare una varietà immensa di insetti (farfalle, cavallette, grilli, libellule, coccinelle, pappataci, formiche, ragni, bombi, api, ecc., le immancabili zanzare e persino mantidi religiose e lucciole); ancora gatti selvatici, ghiri, lucertole, lumache, limacce, talpe, oltre che tra i rettili, alcuni serpenti, quali l’orbettino, il biacco, il saettone, la natrice dal collare: seppur un po’ spaventosi ed inquietanti per alcuni, ricercano insetti e piccoli mammiferi e topolini, ma non sono assolutamente pericolosi.

FiorelliniPer quanto riguarda la flora spontanea, in particolare tra le erbacee, si possono osservare un’innumerevole varietà di specie che convivono sui prati e nel sottobosco (ortica, coda cavallina, ranuncolo, papavero, tifa, margherita, tarassaco, elleboro verde, veronica, consolida maggiore, lamio rosso, rovo, gigaro, ecc.), molte dalle proprietà medicinali/benefiche, altre dall’aspetto gradevole e variopinto, insieme alle siepi, agli arbusti ed agli alberi sparsi fra la natura selvaggia (gelso bianco, gelso giapponese, maclura, robinia, carpino, sambuco, piracanta, rosa canina, paulonia, frangolo, frassino, ecc.).

In NATURA i COLORI più BELLI

Colori ricavabili dalle pianteI colori prodotti dalle industrie di tutto il mondo hanno sempre tratto spunto dai colori ‘naturali’ della natura.
Infatti, in occasione di una semplice e spensierata passeggiata immersi nella natura, basta osservare la quantità di colori con sfumature diversissime (dove chiaramente prepondera il verde nelle sue infinite tonalità), per accorgersi delle innumerevoli diversità cromatiche che un ecosistema può offrirci.
In particolare, nel settore tessile, come in molti altri settori produttivi, l’idea di colorare i capi d’abbigliamento, utilizzando pigmenti derivati dalle piante (in forma di fiori, foglie, bacche e corteccia), dagli insetti e da altri animali o da elementi naturali, è molto antica, ma venne abbandonata agli inizi del ‘900, quando vennero scoperti i coloranti sintetici chimici derivati dal petrolio o dal carbone – e se si pensa bene, anche questi fossili sono derivati dalla trasformazione delle piante nel corso di milioni di anni!. Essi sono risultati più economici, reperibili e resistenti.
Oggi, però, grazie a moderne tecnologìe, il gap economico tra i due metodi diversi di lavorazione, si è assottigliato parecchio, riacquistando tutti i vantaggi del colore naturale: il basso impatto tossicologico, una minore richiesta e consumo di acqua, la crescente moda del prodotto ecologico ed un minore impatto inquinante sull’ambiente.
Persino lo storico limite della colorazione naturale – cioè la scarsa varietà di tonalità disponibili – sembra poter essere superato. La ricerca ha infatti evidenziato la possibilità d’applicare la tricomìa – cioè la possibilità d’ottenere nuove tonalità grazie alla mescolanza dei tre colori base (giallo, blu e rosso) – anche ai coloranti naturali.

Colori chiari e scuri

Inoltre l’uomo ha ricavato dalle piante numerosi altri prodotti, quali gioielli, profumi e persino strumenti musicali.
Sarà capitato di vedere collane e gioielli color giallo scuro, chiamato ambra: sembra una pietra, ma eppure anch’essa è un prodotto vegetale. Molti anni fa vivevano piante che producevano un liquido appiccicoso simile alla resina dei pini e degli abeti; poi questa resina s’indurì fino a diventare come roccia pietrificata.
Anche molti profumi che si adoperano oggi sono probabilmente ricavati dalle piante: i migliori profumi sono infatti derivati da essenze di fiori.
Senza le piante non si potrebbero costruire strumenti musicali: infatti i violini ed i clarinetti delle grandi orchestre e le chitarre dei complessi sono fatti di legno.

Colori in natura


NUOVE OPPORTUNITA’ DI SVILUPPO
DELLE IMPRESE AGRICOLE

Unione EuropeaNel giugno 2004 entrano a far parte della Comunità Europea dei 15, altri 10 nuovi Paesi: l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Polonia, la Repubblica Ceca, Slovacchia, l’Ungheria, la Slovenia, le isole di Malta e Cipro.

L’agricoltura si presenta davanti ad un bivio fondamentale.

L’ingresso nell’Unione Europea di questi nuovi paesi cambia radicalmente lo scenario di riferimento. I sostegni previsti dalla Politica Agricola Comunitaria (PAC) europea sono destinati a subire una riduzione, mentre di converso aumenta la concorrenza e mutano le tendenze e gli orientamenti di fondo.

Politica agricola europeaNell’Europa dei 25 diventa fondamentale per le imprese agricole utilizzare da oggi sino al 2013 i fondi agricoli disponibili per migliorare la propria competitività ed orientare i propri adeguamenti verso la multifunzionalità dell’impresa, in sintonia con le disposizioni e gli orientamenti della Comunità. In questo nuovo quadro generale, le imprese agricole hanno a disposizione strumenti finanziari ed opportunità legislative da sfruttare per avviare la riqualificazione.

E' importantissimo quindi approfittare utilizzando questi fondi disponibili per consolidare la propria azienda attraverso progetti finalizzati alla diversificazione, alla multifunzionalità, alle produzioni di qualità, alla valorizzazione delle specificità del territorio. In una parola, occorre orientare l’azienda agricola verso nuovi orizzonti produttivi.

Sicurezza e controllo alimentareOggi il consumatore chiede più sicurezza alimentare e più ambiente. Il mercato quindi premierà sempre di più chi saprà imboccare questa direzione che è la strada giusta. Sicurezza alimentare, rispetto dell’ambiente, qualità, specificità, commercializzazione diretta, gestione dei fattori di produzione: sono queste le parole d’ordine della nuova agricoltura.

SpigheSe diminuiscono le risorse Pac, occorre attingere a quelle risorse che apportano qualità ed alternative vincenti: qualità quindi della vita e cioè ambiente, più sicurezza e più relax.

Sono queste oggi le domande di mercato, sono queste le risposte che l’agricoltura deve dare per continuare a vincere la sfida della sopravvivenza e dello sviluppo!

La scelta dunque di trasformazione di una azienda agricola in fattorìa agricola specializzata in Didattica naturalistica-ambientale, aperta alle scuole ed ai gruppi d'interesse, và intesa in questa visione multifunzionale, diversificativa e qualificativa.

IL COMPOSTAGGIO...APPROFONDIMENTO....

I rifiuti  organici
Cosa sono? Sono tutte quelle sostanze di origine vegetale od animale (residui di cucina, scarti di potatura del verde pubblico e privato, ecc.).
Quanti sono? Sono circa un terzo dei rifiuti solidi urbani.
Come sono? Sono umidi, quindi danno problemi di percolazione nelle discariche, elevati costi per l’incenerimento, possono fermentare e produrre cattivi odori.
Il modo migliore per smaltire i rifiuti organici e trasformarli in una sostanza utile, è attraverso il processo di compostaggio.

 ‘COMPOSTI-AMOCI BENE ’  -  ‘COMPOS-TI-AMO ’
Esistono delle tecniche moderne  per riciclare i rifiuti casalinghi che quotidianamente vanno ad intasare le discariche urbane con notevole spreco di energia preziosa!
Il cosiddetto compostaggio domestico è un processo per ricavare buon terriccio dagli scarti organici della cucina di casa (scarti di frutta, alimenti vari, foglie di caffè, thè, ecc...) e del giardino (foglie, fiori, ramaglie e quant'altro c'è di rifiuto vegetale...).
E' importante soltanto seguire poche norme per ricavare dell'ottimo terriccio molto fertile da utilizzare convenientemente per le proprie piante ed aiutando l'ambiente a smaltire in maniera biologicamente sana i rifiuti che altrimenti andrebbero persi.          
Il compost è semplicemente il risultato di un processo di decomposizione che avviene naturalmente dalla notte dei tempi sulle sostanze vegetali  alla fine del loro processo vitale.
L'esempio tipico della trasformazione a cui vanno  incontro queste sostanze  è ad esempio l'humus che si trova nel sottobosco: foglie e rametti morti si trasformano nel giro di alcuni mesi in questa sostanza soffice e profumata che ha importanti proprietà di fertilizzazione e nutrimento del terreno.
A livello domestico si possono ricreare  le  condizioni ideali per la fermentazione e la trasformazione di compost di tutto quanto sopra elencato; i tempi di trasformazione sono  così più brevi che in natura: in 4-6 mesi si riesce ad ottenere una trasformazione completa.

COMPOSTAGGIO?  SI GRAZIE!
L'impianto di compostaggio è una struttura semplice che trasforma la parte umida dei rifiuti domestici (come detto, gli scarti di cucina costituiti da residui organici, quali avanzi di frutta, verdura, ossa, carne, pesce, fondi del caffè, gusci d'uovo, eccetera) e quelli freschi ‘verdi’ o secchi (foglie e legno derivati dalla manutenzione del verde pubblico e privato, dalla potatura di alberi, cespugli o siepi, eccetera) in compost organico.
All'interno dell' impianto di compostaggio vengono accelerati i tempi di un processo naturale, come ad esempio quello che trasforma le foglie  morte che in autunno cadono al suolo in fertile humus.

INDICAZIONI  PRATICHE  PER IL COMPOSTAGGIO
Se   la  fermentazione  avviene   bene,  cioè  con   il giusto grado  di umidità e  con una  buona    ventilazione,  non si producono cattivi odori.
Per ottenere queste  condizioni, la compostiera deve essere  curata almeno una volta alla settimana (o due, nei periodi di grande produzione di materiale).  E' necessario cioè darli un'occhiata e verificare che tutto  funzioni bene; basta rivoltare con un forcone i 30 cm superficiali, per rendersene conto: stringendo un pugno di materiale,  deve rimanere compatto (senza sbriciolarsi), cioè deve bagnare la mano senza gocciolare .

DIVERSI  MODI  DI  COMPOSTARE
Per compostare bisogna utilizzare un preciso schema:
IL COMPOSTORE (apposito contenitore in plastica o legno per il materiale decomponibile), occultando  il materiale, indipendentemente dalle condizioni atmosferiche. L’unico svantaggio è che  occorre aerare  mediante rivoltamenti periodici.

IL CUMULO
Consiste nel fare un cumulo  trapezoidale o triangolare di materiale decomponibile.
È più facile da aerare mediante rivoltamenti e può essere di qualsiasi  grandezza.
Gli svantaggi di questo metodo sono la dipendenza dalle condizioni atmosferiche  e la visibilità del materiale.

LA BUCA
Consiste  nel sistemare il materiale decomponibile in buche del  terreno. I vantaggi sono che il materiale non si vede  e che non ci sono limiti di grandezza.
Il problema è l’accumulo d’acqua sul fondo e lo scarso scambio di ossigeno con l’esterno. 

IL TERRENO AGRARIO

La cosiddetta ‘terra’ che calpestiamo così distrattamente, pur essendo sotto i nostri piedi, in realtà rappresenta una parte importantissima del nostro pianeta: più esattamente il “suolo” è indispensabile per la sopravvivenza di tutte le specie vegetali ed animali terrestri, tra cui l’uomo.
E’ un componente essenziale per la vita delle piante: le tiene ancorate saldamente alla base e le nutre, insieme all’acqua.
Quindi possiamo affermare tranquillamente che anche il terreno è un organismo vivente. Basta infatti sollevare un semplice ciuffo d’erba o rimuovere con una vanga una zolla di terra, per osservare quanti animaletti si nascondono sotto. Nel terreno perciò, oltre ai minerali, all’acqua ed all’aria, vivono moltissimi organismi vegetali ed animali.
Addirittura si può di sicuro affermare che in una manciata di terreno fertile, vive una quantità d’organismi maggiore di tutta la popolazione umana!
La maggior parte di questi organismi, sono batteri, funghi, alghe, protozoi e sono microscopici. Ci sono poi altri animali che si possono vedere con la lente d’ingrandimento, come i nematodi, alcuni insetti e gli acari. Infine millepiedi, molti altri insetti, ragni, lombrichi e molluschi sono invece abbastanza grandi da poter essere visti bene ad occhio nudo.
Con la loro attività e, quando muoiono, con i loro resti, questi organismi del terreno contribuiscono a produrre una sostanza importantissima per il nutrimento delle piante: l’humus.
Anche l’uomo può favorire la produzione di humus raccogliendo i rifiuti cosiddetti bio-degradabili, come gli avanzi di cucina, l’erba tagliata, le foglie secche, le ramaglie, ecc.: questi scarti naturali compongono il cosidetto compost domestico.
Esso è un terriccio scuro che si origina dopo che i batteri, i lombrichi ed altri organismi hanno utilizzato per il loro nutrimento i nostri rifiuti biodegradabili (cioè diversi da quelli non-biodegradabili, quali la plastica, il vetro, il metallo, la latta, ecc., il cui smaltimento viene differenziato); questo terriccio inoltre rappresenta un ottimo concime naturale, perché quando viene messo nel terreno si trasforma in humus, mescolandosi con l’altro, costituendo una buona riserva di cibo per le piante.

ORIGINE DEL SUOLO
Definiamo perciò suolo o terreno la parte più superficiale della crosta terrestre, dove affondano le radici delle piante e dove vivono come detto gli animali, le alghe, i funghi ed i batteri.
A parte l’asfalto ed il cemento delle nostre città, è chiamato suolo quello che noi abitualmente calpestiamo inconsapevolmente nelle nostre campagne.
E’ un materiale friabile di colore variabile, dal bruno al rossiccio e al nerastro, ma è suolo anche quella bionda distesa di sabbia che forma le nostre spiagge ed i deserti.
Dalla notte dei tempi, il lento sgretolamento delle rocce (fessurazione, contrazione e frantumazione ad opera delle variazioni termiche tra giorno e notte, dell’azione dell’acqua e del ghiaccio, insieme a quella chimica dell’atmosfera tramite l’ossigeno e l’anidride carbonica), il loro sminuzzarsi in detriti più o meno fini, trasportati dal vento o dall’acqua, hanno dato origine a zone non più rocciose, dove si sono sviluppati i primi piccoli organismi vegetali.
Cominciò così l’ultima serie di trasformazioni del terreno, che da materiale inorganico si è trasformato in un miscuglio di materiale inorganico ed organico, arricchendosi di sostanze provenienti dalla decomposizione dei primi esseri viventi (humus), diventando sempre più adatto alla vegetazione ed assumendo definitivamente la struttura del “suolo” che noi oggi conosciamo.

COMPOSIZIONE DI UN SUOLO NATURALE
Nel complesso, il suolo è formato al:
25% di aria
25% di acqua
45% di sostanze solide d’origine inorganica (ghiaia, argilla e calcare)
5% di sostanze solide di origine organica (l’humus)

Complessivamente, queste due ultime percentuali (50%) di sostanze solide (organiche ed inorganiche), che sono presenti in un suolo naturale, determinano i vari tipi di terreno.
Avremo quindi suolo sabbioso, se la presenza di sabbia è superiore al 65%; suolo argilloso, se la presenza d’argilla è superiore al 30%; suolo calcareo, se la presenza di calcare è superiore al 20% ed infine suolo umico o umifero, se la presenza di humus è superiore al 15%.

Un’ importante proprietà del suolo è la sua permeabilità, cioè la capacità di una sostanza di lasciarsi attraversare dall’acqua.

IL PROFILO DEL SUOLO
Se consideriamo l’intera massa del pianeta Terra, il suolo o terreno è una sottile ‘buccia’ che ricopre buona parte della superficie delle terre emerse.
Immaginando quindi di esaminare uno spicchio di questa sfera che è il nostro pianeta su cui viviamo, si può osservare che:
il raggio della Terra è di circa 6.400 km;
la crosta terrestre (o litosfera) ha uno spessore di circa 100 km;
il suolo, in generale, ha invece uno spessore variabile da 30 cm a pochi metri (1 o 2).

Se scaviamo nel terreno una buca piuttosto regolare con una parete verticale (effettuiamo cioè un ‘carotaggio’ cilindrico), possiamo osservare il susseguirsi degli strati che lo compongono, ovvero il suo profilo strutturale.
Cominciando dalla superficie, noteremo:
la cosiddetta lettiera (foglie, rametti, semi, frutta e materiali provenienti da organismi viventi non ancora decomposti);
la lettiera in decomposizione (un’ autentica ‘impresa di demolizione’, dove tutti i residui animali e vegetali vengono scomposti nei loro costituenti minerali);
l’humus: qui tutto il materiale organico è stato decomposto e si mescola ai frammenti di terreno. Qui svolge un’azione di primissimo piano il lombrico, un’autentica ‘macchina’ terrestre che ingoia terra e sostanze organiche e, dopo la digestione, le restituisce ancora più ricche di sostanze nutritive; inoltre, scava tanti piccoli canali sotterranei che rendono aerato e soffice questo strato del suolo.
Questi tre strati sopra descritti, formano complessivamente la zona attiva del suolo, che consente la vita vegetale ed animale.
La zona inerte, scarsamente ossigenata, dotata di pochissimo humus e più chiara, giace sotto gli altri strati. La prima parte superiore è costituita da uno strato di minerali, indispensabili alla vita delle piante: qui arrivano solo le radici delle piante più grandi. Questo strato è considerato di transizione tra suolo e sottosuolo. Nel sottosuolo troviamo infine roccia sempre meno disgregata, fino ad arrivare alla roccia madre, dura e compatta.

IL SUOLO AGRARIO: COMPOSIZIONE E CARATTERISTICHE
L’uomo, nel corso del tempo, ha imparato ben presto a riconoscere i tipi di suolo più adatti alle proprie coltivazioni e ha imparato anche a sfruttare i suoli secondo le proprie esigenze, perfezionando man mano le tecniche per trasformarli profondamente: arando, dissodando, irrigando e concimando, l’uomo ha modificato il suolo naturale che si è trasformato in un suolo più ricco di sostanze nutritive e più adatto alla produzione agricola.
Il suolo agrario o agricolo, che è frutto dell’intervento volontario dell’uomo, raggiunge al massimo i 70 cm di profondità e ha un profilo diverso da quello del suolo naturale.
E’ perciò costituito soltanto da due strati:
Lo strato attivo, ricco di humus dalla superficie fino dove arriva la lavorazione dell’aratro;
Lo strato inerte, già sottosuolo, compatto e povero di sostanze nutritive.

La classificazione di un suolo agrario tiene conto di alcuni parametri fondamentali. I più importanti sono:
v La tessitura, che è il rapporto tra i vari componenti del suolo; la condizione ottimale è che sia un suolo di medio impasto o terra franca (argilla al 10-25%, calcare al 5-12% e sabbia al 60-70%);
v La porosità, cioè l’esistenza di spazi tra le particelle solide, necessari per la circolazione dell’aria e dell’acqua;
v La plasticità, che è la proprietà di assumere e mantenere la forma che gli si dà;
v La permeabilità, che è la proprietà di trattenere l’acqua, lasciandosi attraversare da essa;
v L’imbibizione, che è invece la capacità di assorbire parte di acqua e di sostanze minerali presenti in soluzione nel terreno;
v La capillarità, ossia la presenza di canalicoli tra le particelle solide del terreno. Questi piccoli canali, permettono all’acqua profonda di risalire, per capillarità appunto, fino alla radice delle piante: è una capacità indispensabile per un buon terreno, soprattutto in periodi di siccità.

LA DISTRUZIONE DEL SUOLO
Dunque, il processo di formazione di un suolo naturale è lentissimo, dove devono passare millenni per formare un suolo fertile quale quello ad esempio di un bosco.
Spesso accade, specialmente oggi, che quello che la natura costruisce così lentamente, l’uomo è capace di distruggere in breve tempo.
A causa quindi delle profonde modifiche apportate dall’uomo, il suolo subisce continui e gravi danneggiamenti.
Una delle prime cause distruttrici di questo equilibrio è rappresentata dal disboscamento indiscriminato e selvaggio, dove migliaia e migliaia di ettari di bosco vengono distrutti ogni anno, causando veri e propri dissesti geologici che l’uomo stesso paga a caro prezzo (allagamenti, erosioni, frane, alluvioni, smottamenti, ecc. sono ormai cronaca frequente!).
Gli alberi svolgono un’insostituibile azione di difesa del suolo, specie in collina e in montagna, dove con le loro chiome, rallentano la caduta della pioggia, evitando che l’acqua trascini via lo strato superficiale del terreno (ricco di humus), e con le loro radici trattengono il terreno, impedendo così il naturale processo di erosione.
Le cause principali di questo degrado sono:
· La necessità di lasciare spazio all’agricoltura;
· La necessità di di far posto all’edilizia, spesso di tipo turistico-speculativo e quindi non propriamente indispensabile;
· Gli incendi dovuti all’incuria o alla disattenzione dell’uomo, ma spesso sono di origine vandalica o dolosa (allo scopo d’ottenere licenze di costruzione per terreni che altrimenti non sarebbero edificabili);
· La continua trasformazione da parte dell’uomo del suolo naturale in suolo sfruttabile a livello agrario, spesso oggigiorno accompagnata dal diffuso fenomeno della ‘monocoltura’ (coltivazione di una specie di piante sullo stesso terreno ripetutamente per diversi anni);
· Le arature, che effettuate su estese superfici di terreno, specie quelli non pianeggianti, lasciano i suoli indifesi di fronte agli agenti atmosferici, riducendo allo stesso tempo la fertilità del terreno ed inoltre favorendo il processo d’avanzamento del deserto (specialmente in Africa, in Asia e nella foresta amazzonica dell’America meridionale); per fortuna a difesa di questi fenomeni negativi, esiste oggi un’ampia mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale.

L’uomo, in difesa del suolo, può attuare alcuni accorgimenti importanti, quali:

* Proteggere innanzitutto il suolo dall’erosione naturale degli agenti atmosferici, mantenendo inalterata la vegetazione di boschi, foreste e manti erbosi;
* Attuare il rimboschimento delle zone già compromesse o deturpate;
* Provvedere a salvaguardare terreni collinosi con pratiche quali il terrazzamento, nelle quali i terreni scoscesi vengono sistemati in strisce orizzontali pianeggianti, sorrette a valle da muretti;
* Sfruttare i vantaggi dell’agricoltura di contorno, dove il terreno viene coltivato in modo che i solchi siano perpendicolari alla pendenza del suolo, evitando il veloce scorrimento dell’acqua piovana a valle; ciò non elimina ma riduce enormemente il fenomeno pericoloso dell’erosione del suolo;
* Conservare la fertilità del suolo evitando la pratica della monocoltura. Se per anni si coltiva lo stesso tipo di pianta, il terreno pian piano si impoverisce dei minerali necessari a quella pianta, fino a diventare inadatto alla coltivazione. Qui l’uomo allora ricorre ai fertilizzanti (soprattutto chimici), che sono però pericolosi per la nostra salute e il loro uso provoca ingenti guasti ambientali; sarebbe quindi opportuno privilegiare pratiche naturali come la rotazione delle colture (avvicendamento di tre o quattro colture differenti nello stesso terreno, in modo che una stessa coltivazione avvenga ogni tre o quattro anni) o il sovescio (coltivare cioè in un terreno che è stato troppo sfruttato, tipi diversi di piante che a completo sviluppo non vengono raccolte, bensì sotterrate o rimescolate con il terreno, per creare nuovo humus in grado d’arricchire e rigenerare il terreno stesso).

LE GRANDI COLTURE AGRICOLE

CHE COSA SONO LE COSIDDETTE “GRANDI COLTURE”?
Sono essenzialmente piante coltivate su terre ‘arabili’, cioè su terreni agricoli appositamente lavorati dall’uomo. Sono di solito delle culture annuali e raccolte nell’arco di un anno o meno.

Fra queste, troviamo:
I CEREALI (ricchi di amido), come principalmente il grano, l’orzo, il mais, o il riso;
I cereali ci forniscono amido
Le PIANTE OLEOSE (Piante ricche dunque di olio), come la colza, la soia ed il girasole;
Le piante oleose ci forniscono olio
Le PIANTE RICCHE DI PROTEINE, come i piselli, le fave, le lenticchie, la patata e la barbabietola da zucchero.
Le piante ci forniscono proteine

Le piante vengono coltivate dall’uomo fondamentalmente per:
· l’alimentazione umana;
· l’alimentazione animale;
· usi ‘non-alimentari’ (quali carta dal pioppo e dall’amido di patata, materie plastiche dall’amido del mais, biocarburanti attraverso la colza, la barbabietola, il grano, la soia, il girasole), oli per motori (con la colza), solventi e tessuti (lino, canapa, cotone).

DALLA SEMINA AL RACCOLTO
Poiché la produzione di riserve da parte di una pianta richiede del tempo, a seconda della pianta, del clima e della regione, il ciclo di vita varia. Per esempio, il percorso del grano ‘dal seme al seme’, richiede le seguenti operazioni:
- La preparazione del terreno (letto di semina)
- La semina
- La germinazione
- La crescita
- Il riempimento dei chicchi
- La maturazione del chicco (cariosside)
- La mietitura (il raccolto)

CICLI DI VITA DIVERSI
Ogni pianta ha il suo ciclo di vita particolare: a seconda del ciclo stesso e della regione geografica della coltivazione, l’agricoltore semina e raccoglie in periodo diversi.
Ad esempio, il grano, il mais, la soia, il girasole e la colza sono piante cosiddette annuali, mentre altre piante come la barbabietola da zucchero o la carota, necessitano di un secondo anno per produrre semi: sono piante cosiddette biennali. L’asparago è una coltivazione triennale, poiché entra in produzione soltanto al terzo anno di vita.
La vite e gli alberi da frutta (o da legno) vivono diverse decine d’anni: queste piante vengono perciò dette perenni.

LE COLTURE DI PRIMAVERA sono il mais, il riso, la soia e la barbabietola da zucchero, tutte piante originarie di regioni calde, quindi per crescere hanno bisogno di caldo: hanno un ciclo di vita corto e seminate in primavera, vengono raccolte alla fine dell’estate o all’inizio dell’autunno.

LE COLTURE D’INVERNO (dette ‘INVERNINE’) sono seminate in autunno e raccolte in estate, hanno un ciclo di vita più lungo delle colture di primavera. Il grano e l’orzo, seminati in autunno, approfittano dell’umidità di questa stagione per germinare. Passano poi l’inverno sotto forma di piantine, dove in questa delicata fase sopportano i grandi freddi – la neve ha addirittura la capacità di proteggere dal gelo -. In primavera, quando la terra si riscalda nuovamente, riprendono la loro crescita, per poi essere raccolti d’estate.

Date di semina e di raccolto variano secondo la regione agricola.

I BISOGNI DELLE PIANTE
L’agricoltore ci fornisce i prodotti della nostra alimentazione a partire dalle piante: semi, tuberi, radici, ecc. Ma come si può aiutare le piante affinché contengano molte riserve utili?

Il terreno è vivo
Ci sono molti animali vivi nel terreno: lombrichi, millepiedi, insetti…Ma per vedere gli abitanti più numerosi, occorre un microscopio: sono dei batteri, dei funghi…Sono milioni in un cubetto di terra i cui lati misurano appena 1 mm! Qui, ciascuno ha il suo posto ed il suo ruolo precisi.
Inoltre, se si osserva che cosa succede alle foglie sotto gli alberi tra l’ autunno e la primavera successiva, ci si accorge che esse sono praticamente scomparse: si sono cioè decomposte. Ecco dunque il grande lavoro degli animali e dei micro-organismi del terreno: decomporre!
Queste foglie nella primavera successiva ritornano nel terreno sotto forma di sali minerali – che costituiscono un serbatoio di cibo o nutrimento per le piante - e così via, di stagione in stagione, anno dopo anno, tutto si trasforma, si tratta di un ciclo che si ripete senza fine.

I bisogni delle piante
Tutte le piante hanno bisogno di acqua, luce, anidride carbonica e sali minerali per vivere.
In natura, le piante selvatiche crescono da sole, senza l’intervento dell’uomo: i cespugli, gli alberi nelle foreste, l’erba del bordo delle strade si nutrono dei minerali presenti spontaneamente nel terreno, quali l’azoto, il fosforo, il potassio, il calcio ed il magnesio.
Le riserve naturali del terreno invece per le piante coltivate non sono sufficienti: poiché non sono più delle piante selvatiche e sono state create dagli uomini per produrre molto, occorre dal loro più alimento.
Inoltre, quando l’agricoltore raccoglie il prodotto, preleva insieme una parte di ciò che la pianta ha prodotto, dei chicchi, dei fusti, delle radici, parte che non torna nel terreno, come nel ciclo naturale.
Il coltivatore deve quindi restituire dei supplementi alimentari alle piante successive che andrà a mettere a dimora, sotto forma di concimi.

I concimi
Esistono diversi tipi di concimi, che servono a nutrire le piante.
1 - I concimi industriali: si tratta dei concimi che l’uomo fabbrica negli stabilimenti. Alcuni vengono prodotti dai chimici che ‘prendono’ l’azoto che si trova nell’aria, per trasformarlo in modo che il contadino possa spargerlo sui suoi campi. Altri, come il fosforo o il potassio, sono presenti naturalmente nelle rocce, dove vengono estratti nelle miniere.
2 - I concimi organici: i resti della coltura che tornano al campo dopo il raccolto sono dei concimi organici. La paglia dei cereali o le foglie di barbabietola da zucchero, per esempio, vengono sotterrate e si decompongono naturalmente. Certe piante vengono coltivate esclusivamente per essere usate come concimi, poiché non vengono mai raccolte (piante da sovescio). Dopo il raccolto dei cereali, vengono ad esempio seminate in autunno della mostarda o della facelia, che vengono successivamente sotterrate e mischiate al terreno attraverso l’aratura nella primavera seguente, oppure semplicemente tagliate e lasciate sul campo (con funzione di pacciamatura, cioè di strato vegetale secco che impedisce il sorgere di piante infestanti). Queste piante servono da concime naturale alle piante che verranno seminate in primavera.
Gli agricoltori che allevano animali, spargono le deiezioni del loro bestiame nei campi: il letame delle mucche, il colaticcio dei maiali o la pollina (detto anche guano) degli allevamenti avicoli sono degli esempi di concimi organici.
3 - Piante che producono concimi: piante come il pisello, la soia o l’erba medica, vivono in associazione con dei batteri fissati sulle loro radici. Questi sono capaci di fissare l’azoto nell’aria. La linfa della pianta porta acqua ed alimenti nutritivi ai batteri e questi le forniscono azoto in cambio. L’agricoltore così non ha bisogno di applicare concimi azotati su queste colture e nello stesso tempo queste piante forniscono naturalmente azoto alla coltura successiva.

Concime ed ambiente
Attenzione: i concimi migliorano la crescita delle piante, ma se si adoperano troppo, la pianta cresce in fretta ed in maniera esasperata, diventando più sensibile alle malattie.
Inoltre, le piante non possono assorbire tutti i concimi sparsi sul terreno. Ecco il motivo per cui occorre applicare i concimi a più riprese e con criterio. Se si fornisce alla pianta più azoto di quanto non ne abbia bisogno, l’eccesso di azoto inutilizzato può essere portato via dalla pioggia ed entrare nelle acque sotterranee, provocando gravi problemi d’inquinamento delle falde acquifere e dei corsi d’acqua.

LA CURA DELLE PIANTE
Le piante sono sensibili alle malattie e sono anche preda d’insetti nocivi. Curare e proteggere le colture è uno dei tanti compiti impegnativi dell’agricoltore.

I nemici degli agricoltori
Gli insetti, in particolare le larve, possono essere dei terribili distruttori: essi sono responsabili ancora oggi di miserie e carestie importanti; mangiano in grandi quantità per crescere, e molto spesso si nutrono di un solo tipo di pianta (dorifera della patata, piramide del mais, cavallette migratorie, ecc.).
Anche i funghi sono pericolosi per le colture: sono discreti, e quando ci si accorge della loro presenza da qualche macchia sulle foglie, spesso è già troppo tardi e la pianta è contagiata (oidio, peronospora, sclerozio, carie, aflatossine, ecc.).
Le erbe cattive (dette infestanti o malerbe) sono delle piante spontanee indesiderabili nelle colture, come i pur bello papavero, la camomilla o il fiordaliso. Sono belle raccolte in un bouquet, ma il contadino non ne vuole nel suo campo, perché attingono l’acqua dal terreno, entrano in concorrenza con la pianta coltivata e finiscono per prenderne il posto – queste non muoiono mai, non hanno bisogno di particolari cure ed attenzioni, sono dei terribili concorrenti fino ad invadere letteralmente tutto il campo (basta pensare che un solo gambo di papavero può produrre oltre 50.000 semi che possono ancora germinare dopo dieci anni!) .

La difesa delle colture
Molti coltivatori di una certa età ricordano di raccolti distrutti da insetti nocivi e contro i quali un tempo non si poteva lottare in nessun modo.
Oggi l’industria chimica moderna ha introdotto delle soluzioni vincenti con i prodotti chiamati fitosanitari o antiparassitari: i fungicidi impediscono lo sviluppo dei funghi e gli insetticidi (o pesticidi) distruggono gli insetti.
Ma occorre prendere delle precauzioni quando si usano prodotti di questo tipo. L’agricoltore esperto deve proteggersi e rispettare delle regole per preservare l’ambiente: ad esempio, non trattare una coltura in fiore, perché l’insetticida non distingue sempre fra l’insetto nocivo e quello utile (api), oppure in caso di vento, rinviare l’operazione per il pericolo dell’effetto ‘deriva’, per cui il prodotto finisce su colture vicine, oppure ancora prima della pioggia, poiché il prodotto si dilava subito nel terreno e perde la sua efficacia.
L’uso di questi prodotti è anche regolamentato per tutelare la salute del consumatore: è proibito applicare trattamenti chimici qualche giorno prima del raccolto di frutta e verdura (bisogna rispettare i cosiddetti tempi di carenza).

Esistono altre buone tecniche per proteggere le colture:
1- scegliere varietà resistenti contro le malattie;
2- rivoltare il terreno per disturbare o distruggere le erbe cattive;
3- usare dei predatori d’insetti, come il tricogramma (piccola vespa) o la coccinella (lotta biologica attraverso animali antagonisti).

Il tempo del raccolto
E’ il momento più importante dei bilanci economici dell’agricoltore, dopo un anno di lavoro e di cure.
Ad esempio si controlla se il grano è maturo per il raccolto, poiché deve essere abbastanza secco ed avere un tasso d’umidità basso, che viene misurato da una speciale apparecchiatura.
mietitrebbiatrice La coltivazione dei cereali oggi è completamente meccanizzata: la mietitrebbiatrice è una grossa e potente macchina agricola che contiene dei setacci adattati tramite opportune regolazioni alla dimensione del cereale da raccogliere.
Essa falcia i filari su una larghezza che può raggiungere i 6 o 7 metri ed immagazzina i chicchi raccolti in un serbatoio capiente.
Questo attrezzo è molto caro e viene utilizzato solo in un certo periodo dell’anno: perciò esistono dei cosìdetti lavoratori terzisti che operano su grandi estensioni agricole, lavorando quindi per conto-terzi, cioè il contadino prende in affitto questi mezzi di lavoro.
Successivamente, il prodotto viene travasato su dei rimorchi agricoli, per poi dirigersi verso dei centri di raccolta, dove viene pesato e si controlla la qualità, l’umidità, la purezza, per poi entrare nei silos (grandi serbatoi a forma cilindrica disposti verticalmente) per l’essicazione e l’immagazzinamento.
Importanti sono le informazioni sul tempo atmosferico: occorre cioè conoscere le previsioni di pioggie e perturbazioni, affinché si possa programmare i lavori agricoli.
Dopo il raccolto, si fa il bilancio dell’annata agraria, cioè quanto è stato prodotto per ettaro: è ciò che si chiama la resa.
Ma non basta produrre grandi quantità: occorre anche produrre della qualità:
1- del grano panificabile ricco di proteine;
2- dell’orzo, povero di proteine, per la birra;
3- delle barbabietole ricche di zucchero;
4- dei piselli ricchi di proteine;
5- dei raccolti indenni da malattie.

Trasporto e vendita
Dopo la produzione, l’immagazzinamento e lo stoccaggio in speciali silos, successivamente, i tecnici commerciali procedono alla vendita del prodotto: il grano per un mulino, il mais per uno stabilimento in cui si produce semolino, l’orzo e l’ibrido di grano e segale per un’azienda di produzione di alimenti per animali.
Alcuni lavorano per le esportazioni: in realtà, poiché l’Italia e l’Europa dispongono di buone condizioni climatiche e di buone terre per la coltivazione di cereali, esse producono molto di più di quello che consumano (si parla quindi di produzioni eccedentarie sul Mercato Comune Europeo). I nostri cereali possono quindi essere acquistati dai paesi di altri continenti.
Per quanto riguarda il trasporto, se si tratta di alcune decine di tonnellate di prodotto da trasportare in un mulino vicino, questo avviene per mezzo di un camion, ma se la partita è composta da migliaia di tonnellate destinate per un altro paese europeo, allora si caricano appositi vagoni ferroviari per questo tipo di trasporto.
Se si tratta invece di distanze grandi collegate magari da fiumi navigabili, allora si usano delle apposite chiatte (penici) ideali per il trasporto dei cereali.
Ancora, se i cereali vengono spediti in altri paesi del mondo, si usano delle navi cargo che possono contenere nelle loro stive da 25.000 a 75.000 tonnellate!

La rotazione delle colture
Quando si coltivano delle piante annuali come i cereali, occorre prevedere ogni anno le colture da seminare ed i campi da coltivare.
Tutti gli anni perciò il contadino deve scegliere le colture che vuole produrre per l’anno successivo e deve programmarle in anticipo sui suoi campi.
Ci sono delle classiche norme da seguire: bisogna alternare le colture, cioè una coltivazione non dovrebbe mai susseguirsi due anni di seguito sullo stesso appezzamento, perché in questo modo si favorisce lo sviluppo ed il moltiplicarsi delle malattie e delle erbe infestanti.
Quindi, se le colture tornano regolarmente sullo stesso campo, per esempio ogni tre anni, si parlerà di una rotazione di tre anni.
Addirittura oggi le regole della Cee (Comunità Economica Europea), che elargiscono contributi d’aiuto al reddito, impongono ad ogni agricoltore l’obbligo di lasciare incolto (si chiama messa a riposo o set-aside) una percentuale della superficie agricola aziendale, per ridurre i problemi di eccedenza di prodotti agricoli/alimentari sul mercato europeo!
Questa è una politica moderna che è stata poco digerita dal contadino anziano: si tratta praticamente di lasciare incoltivata una certa percentuale di superficie agricola rispetto al totale aziendale, poiché se coltivata, essa non sarebbe consumata e quindi eccedente e da buttare (quando ci sono paesi poveri che muoiono di fame!...).

LA ‘CULTURA’ DEGLI ORTI FAMILIARI

Orto FamiliareUn tempo il termine “orticoltura” designava in modo specificato la coltivazione degli orti ad uso familiare, i quali sostenevano e nutrivano intere famiglie che attraverso di essi erano auto-sufficienti.

Oggi, gli orti, a parte quelli “privati”, ancora molto diffusi per il consumo proprio (anzi, direi ritornati ‘alla moda’, oggi più che mai, dove si parla di ‘biologico’ e di naturale!), hanno ceduto il passo a delle coltivazioni industriali in serra (speciali ‘tunnel’ chiusi in nylon, vetro o altri materiali, dove viene intrappolato il calore del sole, dette strutture possono essere riscaldate “a freddo” se ciò avviene soltanto attraverso il lavoro del sole, oppure “a caldo” se esiste un riscaldamento artificiale tramite una caldaia), oppure in pieno campo, con l’ausilio di particolari accorgimenti. L’orticoltore è diventato quindi oggi un mestiere da specialisti, un vero artigiano della campagna.
Esso, a seconda del tipo di coltura che si produce, può assumere diversi nomi (arboricoltore, orticoltore, floricoltore, vivaista, ecc.).

Orto domesticoContrariamente all’agricoltore tradizionale dedito alla coltivazione delle “grandi colture” agricole (i seminativi estensivi-industriali quali il mais, il frumento, l’orzo, la soia, la barbabietola, ecc.), occorre evidenziare che questa particolare figura agricola specializzata è presente ed attiva lungo tutto il corso della catena alimentare di produzione e di commercializzazione dei suoi prodotti (dalla semina, alla cura ed al raccolto, alla selezione, al confezionamento, fino alla vendita medesima, la quale può aver luogo anche direttamente sul fondo).

Per il fabbisogno familiare, l’orto invece rappresenta un vero e proprio hobby e soddisfazione personali: niente ha sapore migliore degli ortaggi appena colti, curati e coltivati amorevolmente con le proprie mani e non c’è più grande gratificazione che quella di mangiare prodotti orticoli derivanti dal proprio orticello personale, magari assolutamente naturali e biologici (smog ed inquinamento atmosferici permettendo).

Orti domesticiOggi si possono osservare (anche in piena città) numerosi appezzamenti di terreno (anche solo qualche decina di metri quadrati, magari disposti in strisce strette lungo un fosso o un sentiero), coltivati con amore e dedizione, precisione e passione (non per niente in inglese si chiamano “gardens”, che richiamano l’idea appunto dei “giardini” curati) – dei veri capolavori, dove l’occhio ed il senso estetico hanno un loro importante ruolo -.

L’Azienda Giralafoglia dispone di un piccolo orto ad uso didattico, dove sono evidenziate alcune micro particelle-campione di cereali industriali (mais, frumento, soia, ecc.), contrapposte ad altre coltivate ad ortaggi (pomodoro, patate, zucchini, melanzane, insalate, ecc.), ad altre ancora con erbe medicinali-aromatiche (salvia, rosmarino, lavanda, menta, ecc.), dove i visitatori possono vedere, sentire profumi e sapori e toccare queste realtà molte volte distanti dal loro mondo cittadino.

BIRDWATCHING

BIRDWATCHINGIl “birdwatching” (in italiano, “osservazione degli uccelli”) è un'hobby inerente l'osservazione e lo studio degli uccelli (avifauna). È sinonimo del termine “birding”, molto usato negli Stati Uniti d'America, che comprende, oltre all'osservazione, anche l'ascolto del canto.
Colui che pratica il birdwatching viene chiamato ‘birdwatcher’ (o ‘birder’).

Quando osservare gli uccelli
Il birdwatching è un'attività che può essere svolta tutto l'arco dell'anno. Un fenomeno che permette di osservare le specie più insolite è la migrazione. Molti uccelli si spostano per riprodursi, per cercare cibo e per vincere condizioni climatiche proibitive. Grazie a questo, è possibile osservare, oltre agli uccelli stanziali (che non migrano) e a quelli migratori che sono arrivati, i cosiddetti uccelli di passo, che stanno migrando e che si trovano in quell'area solo di passaggio.

Dove osservare gli uccelli
Habitat
Airone in volo - Birdwatching L'osservazione degli uccelli può avvenire in luoghi completamente differenti. I tipi di ambiente in cui essa viene praticata sono generalmente:
zone umide - ricche di biodiversità, permettono generalmente osservazioni in particolare di ciconiformi, anseriformi, falconiformi e, talvolta, fenicotteriformi, gruiformi, podicepediformi, pelecaniformi e caradiformi
litorali marini - si osservano soprattutto numerosi caradiformi e, talvolta, procellariformi, oltre a qualche rapace
boschi e montagna - si osservano soprattutto passeriformi, piciformi, rapaci diurni e, talvolta, notturni (strigiformi)
collina e campagna - oltre a passeriformi, è possibile vedere apodiformi, rapaci e coraciformi

Generalmente i birdwatchers amano gli ambienti naturali, ma anche in città è possibile osservare gli uccelli stanziali, migratori stagionali e di passo.

Abbigliamento e attrezzatura
L'abbigliamento dipende ovviamente dal clima nel quale si desidera praticare birdwatching. Comunque è consigliabile un abbigliamento comodo e non troppo appariscente rispetto all'ambiente circostante.
L'osservazione avviene generalmente tramite l'ausilio di binocolo (consigliabile almeno 7x) o cannocchiale montato su cavalletto. Molti birdwatchers uniscono all'osservazione anche l'hobby della fotografia utilizzando obiettivi molto potenti e luminosi. Alcuni cannocchiali possono essere montati come teleobiettivi della macchina fotografica.

Abbigliamento birdwatching Ogni appassionato di birdwatching ha un libro guida che aiuta al riconoscimento degli uccelli avvistati. Esistono guide di amplio raggio e, per questo motivo, con schede molto stringate oppure di dimensione piuttosto scomoda. Per alcune aree esistono guide che si riferiscono solo alla fauna locale con cartine ed informazioni più dettagliate.

Coloro che desiderano tenere traccia degli avvistamenti possono farlo utilizzando un taccuino oppure apposite check-list con le specie già scritte e nella quale vengono spuntate quelle avvistate, indicando il numero e qualche altra informazione. In alcuni capanni costruiti appositamente per il birdwatching potrebbero essere presenti una sorta di diari per potere tenere memoria degli avvistamenti e delle specie presenti durante l'arco dell'anno.

Questo “casotto” immerso nel bosco collinare che si affaccia sulla Valletta del Silenzio, permette d’osservare in piena tranquillità non solo gli uccelli, ma in generale anche altri animali presenti nell’area sottostante.

LE PIETRE RACCONTANO…I FOSSILI

Quando vivevano i dinosauri, gli uomini non erano ancora comparsi sulla terra. Ma allora come facciamo noi a conoscere i dinosauri e gli animali preistorici?

Frammenti fossiliQuando un dinosauro moriva o veniva ucciso, cadeva per terra ed il fango e la terra lo ricoprivano. La carne perciò ben presto marciva, si decomponeva e rimanevano soltanto le ossa.
Pian piano, nel corso degli anni, dei decenni e dei secoli, la fanghiglia che aveva ricoperto le ossa s’induriva fino a diventare roccia, mentre le ossa si polverizzavano. Al loro posto nella roccia rimanevano delle cavità che avevano esattamente la stessa forma e le stesse dimensioni delle ossa del dinosauro.
Pesci fossiliPassando attraverso alcune spaccature della roccia, sabbia e fango s’infiltravano a loro volta nella cavità fino a riempirle.
E dopo molto tempo ancora, questa sabbia e questo fango diventavano anch’essi roccia, una roccia che aveva esattamente la forma e la dimensione dello scheletro del dinosauro morto.
Quando gli scienziati scoprono uno di questi scheletri di roccia, scavano tutto intorno per estrarli dal terreno. Studiando uno di questi scheletri, possono scoprire a cosa assomigliava l’animale a cui appartenevano quelle ossa, a quale era preistorica è vissuto, addirittura possono dire cosa mangiava studiando il tipo di dentatura; a volte, riescono a scoprire se l’animale aveva la vista, l’udito e l’odorato ben sviluppati.
Queste ossa di roccia vengono chiamate fossili. Ma non tutti i fossili si sono formati in questo modo.
Sono state scoperte ad esempio orme di dinosauri. Il dinosauro, camminando, lasciò la propria impronta nel fango, che poi si consolidò e divenne roccia con l’orma ancora impressa.
Alcuni insetti rimasero intrappolati dentro la resina di alberi simili ai nostri pini.
AmbraOggi li possiamo vedere perché quella resina si è trasformata in una pietra trasparente, simile ad un vetro giallo, di nome ambra.
Ancora: oggi in Artide ed in Antartide, vengono fatti dei “carotaggi” (campioni di ghiaccio prelevati in profondità attraverso speciali trivelle di perforazione), per mezzo dei quali si può studiare l’aria contenuta nel ghiaccio stesso risalente anche a migliaia di anni fa!

I fossili dunque sono pietre che ci raccontano la storia passata e sono testimonianza di molte cose sugli animali di un lontano passato.

IL FOSSO (BIODIVERSITA’)

Il fosso (detto anche fossato) è costituito da un solco più o meno profondo, scavato nel terreno, avente un andamento generalmente rettilineo, ed entro il quale è presente un corso d’acqua di portata più o meno rilevante.

I fossati sono realizzati dall’uomo per soddisfare alcune esigenze agronomiche, essenzialmente legate alla coltivazione dei campi – quelli dei centri abitati sono di solito intubati e spesso sotterranei e raccolgono le acque piovane che provengono dalle grandi superfici dei tetti delle case e delle attività produttive, delle strade asfaltate, dei piazzali industriali, dei parcheggi automobilistici ed abitativi, degli impianti sportivi, ecc. –

Detti fossi infatti rappresentano una riserva d’acqua per l’irrigazione delle culture agricole e permettono l’allontanamento della pioggia in eccesso dal terreno (quella che non viene assorbita dalla terra), il ristagno della quale potrebbe compromettere i raccolti.

Fosso nel pioppetoPer quest’ultimo fine si può notare come i campi e le campagne presentino una leggera ‘baulatura’ (convessità del terreno), creata per favorire lo sgrondo dell’acqua meteorica nei fossati stessi.

Chiaramente la presenza dell’acqua nel fosso è legata alla piovosità stagionale: è di solito abbondante in primavera ed in autunno e scarsa in estate ed inverno, anche se gli eventi meteorologici recenti hanno sconvolto queste regole.

Queste acque defluiscono poi nei fiumiciattoli o nei fiumi, per poi arrivare in mare.

Una volta, questi fossi, prima dell’avvento della meccanizzazione agricola ed industriale, venivano scavati dall’uomo manualmente: gli anziani raccontano del duro lavoro sia di scavo, sia di regolare e periodica manutenzione.

Il lavoro veniva impostato nel modo seguente:

una decina e più di contadini - scalzi o muniti di calzature molto leggere e semplici (non esistevano allora gli stivali!), di badili e di tanta buona volontà (il lavoro veniva svolto in compagnia e quindi era ricco di storie e racconti anche divertenti!), - scavavano e riempivano di terra le cariole parcheggiate sul bordo del fosso ed una volta piene, venivano condotte al centro del campo per essere svuotate (ecco come veniva data la pendenza, detta baulatura, al campo medesimo).

Ponte nel fossato - GiralafogliaBisogna peraltro rilevare e sottolineare che molti dei terreni di pianura ricadono in consorzi di bonifica nei quali, per azione diretta dell’uomo, le acque dei fiumi e dei canali vengono regimentate (governate); così, in caso di forte piovosità, l’acqua in eccesso viene smaltita ed accumulata in “bacini di piena”, mentre nei periodi di carenza, come durante la stagione estiva, l’acqua dei depositi viene prelevata e trasportata, attraverso un sistema di condotte, pompe e chiuse, alla campagna per effettuare le irrigazioni.

GLI AMBIENTI DEL FOSSO

Nel fosso si possono individuare diversi ambienti (porzioni di spazio con caratteristiche simili), che risultano così ripartiti:

1. Ambiente di sponda emerso

E’ costituito dalla porzione di sponda posta al di sopra del livello medio dell’acqua; episodicamente, in caso di abbondante portata, viene sommersa.

Presso questa zona sono presenti piante ed arbusti aventi caratteristiche igrofile (amanti dell’acqua),come l’Ontano (Alnus glutinosa), il Salice (Salix alba), la Frangola (Frangula alnus), ecc.

2. Ambiente di sponda paludato

E’ quella porzione di sponda che per lunghi periodi è coperta dall’acqua, nella quale però non risulta ancora depositato uno strato di melma organica tale da impedire l’insediamento delle piante.

fossoPresso quest’area si sviluppa la vegetazione tipica delle zone di palude le cui piante più caratteristiche sono: la Calce (Carex spp.), la Canna palustre (Phragmites australis), la Tifa (Typha latifoglia), l’Iris giallo (Iris pseudoacacia), ecc..

L’insediamento di queste piante è determinato dalla profondità dell’acqua; infatti, osservando bene, si può notare come le diverse specie si distribuiscano in fasce distinte.

Questo ambiente è particolarmente importante perché è sede di nidificazione di numerose specie di voltatili, quali: il germano reale, la folaga, la gallinella d’acqua, la cannaiola, ecc., i quali, peraltro, sfruttano habitat analoghi su sponde di laghi, fiumi, canali e stagni.

3. Ambiente di fondo

E’ rappresentato dal fondale melmoso, ricco di sostanza organica in degradazione.

Qui giace una consistente quantità di biomassa di organismi degradatori, quali: batteri, molluschi, larve d’insetti, ecc., specializzati nella “digestione dei tessuti organici”.

4. Ambiente acquatico.

Viene data dalla massa d’acqua presente nel fossato, che varia in funzione della piovosità della zona ed in relazione alle azioni dei tecnici preposti alla gestione della bonifica.

L’ambiente acquatico è estremamente ricco di biomassa; questa varia in funzione della presenza d’ossigeno disciolto (cresce in relazione all’aumento d’ossigeno), e dal livello d’inquinamento presente (diminuisce cioè con l’aumento delle sostanze inquinanti).

Anche nell’ambiente acquatico si trovano numerose specie vegetali localizzate sia sulla superficie, come le ninfee o le castagne d’acqua, sia all’interno del corpo idrico, come le numerose alghe. Ma un ruolo fondamentale per l’esistenza dell’ecosistema è dato dalla presenza del fitoplancton e di micro-alghe. Sebbene tali organismi siano scarsamente rilevati in quanto poco visibili ad occhio nudo, quantitativamente presentano una notevole massa vegetale, tanto da costituire la base delle catene alimentari dell’ecosistema.

L’ambiente acquatico è importante anche per la biologìa delle specie animali presenti: numerosi molluschi, crostacei ed insetti svolgono totalmente la loro esistenza in acqua. mentre numerosi invertebrati ed anfibi, quali la rana, il tritone, la salamandra e la biscia d’acqua, devono ricorrere all’acqua per completare il loro ciclo biologico.

L’ECOSISTEMA DEL FOSSO

L’ecosistema del fosso è dotato di notevole complessità ecologica, dovuta al numero elevato di organismi vegetali ed animali che la compongono.

Tra gli organismi viventi animali e vegetali s’instaurano numerose e complesse relazioni di tipo prevalentemente alimentare.

LA FLORA DEL FOSSO

La flora che si riscontra nel fosso è varia e specializzata: è costituita da piante igrofile, adattate a vivere per lunghi periodi in acqua.

Particolarmente interessanti sono le alghe, come le Diatomee (alghe unicellulari) e le Cartacee (alghe ancorate al fondo).

LA FAUNA DEL FOSSO

La fauna del fosso è molto interessante, in quanto comprende organismi sia acquatici che anfibi.

Molti organismi non si notano, in quanto nascosti nel fondale melmoso (molluschi, nematodi, anellini, insetti), gran parte di essi sono specializzati nella demolizione della sostanza organica.

Nell’ambiente acqueo sono presenti numerose specie d’insetti: alcuni come i ditischi, gli idrofili, la nepa, la notonetta, sono tipicamente acquatici, altri, come la libellula, la zanzara, il gerride, sviluppano gli stadi larvali in acqua, mentre lo stato adulto avviene in ambiente aereo.

Tra i vertebrati, sono importanti i pesci, gli anfibi come la rana, il rospo, il tritone e la salamandra, i rettili come la biscia d’acqua, gli uccelli come la gallinella d’acqua, il martin pescatore, il germano reale, e tra i mammiferi l’arvicola.

RELAZIONI TRA GLI ORGANISMI VIVENTI DEL FOSSO

LA “PIRAMIDE ECOLOGICA”

Piramide del fosso

La piramide ecologica (rappresentata schematicamente mediante una struttura grafica), illustra gli organismi viventi presenti nell’ecosistema fosso e le relazioni che tra essi intercorrono – naturalmente, questo tipo di rappresentazione si presta alla descrizione di qualsiasi altro ecosistema (come lo stagno, il bosco, la siepe, ecc.).

La base della piramide è costituita dagli organismi produttori: sono rappresentati da molte specie aventi un grande numero di individui.

Il vertice superiore della piramide è dato da organismi predatori: caratterizzati da poche specie e da un numero basso d’individui.

I rapporti quantitativi tra la base ed il vertice vengono regolati da scambi trofici (rapporti alimentari) che s’instaurano tra le diverse specie.

Ogni essere vivente, sia animale che vegetale, per esistere ha bisogno di nutrimento:ovvero di energìa.

Per procurare energia, gli organismi agiscono in due modi diversi:

- la producono autonomamente (produttori)
- la ricavano da altri (consumatori)

Gli organismi produttori sono rappresentati dai vegetali quali:

FITOPLANCTON, MICROALGHE ed ALGHE, PIANTE (tra le quali il potamogeto natante, il potamogeto crespo, l’iris, il nasturzio, la tifa, ecc.).

Essi sono in grado di produrre energia sfruttando unicamente la luce del sole: infatti, tramite la clorofilla e l’energìa radiante (dei raggi solari), trasformano acqua, anidride carbonica e sali minerali semplici in sostanze complesse ad alto contenuto di energia chimica (carboidrati), principalmente sotto forma di cellulosa.

Gli organismi vegetali sono molto numerosi e rappresentano il primo livello della piramide.

Le piante costituiscono il nutrimento di quelli organismi, detti consumatori primari o litofagi, in grado di utilizzare la cellulosa.

Per digerire la cellulosa, questi organismi ospitano nell’apparato digerente particolari batteri in grado di rompere i legami chimici della cellulosa e di trasformarli in carboidrati a struttura più semplice.

I consumatori primari costituiscono il secondo livello della piramide, immediatamente “sopra” i produttori.

Tra i consumatori primari del fossato, troviamo: ZOOPLANCTON (minuscoli organismi uni-pluricellulari), MOLLUSCHI (es. chiocciole, limnea), CROSTACEI (es. gamberetti d’acqua dolce), INSETTI (es. larve di libellula), ANFIBI (es. girini di rana e di tritone), UCCELLI (es. gallinella d’acqua), MAMMIFERI (es. arvicola).

A loro volta i consumatori primari sono predati da consumatori secondari, altresì detti predatori. Tra questi si trovano: INSETTI (es. ditischi, idrofili, libellule), ANFIBI (es. rana, rospi, tritoni): Essi costituiscono il terzo livello della piramide.

Al vertice della piramide, il quarto livello, sono collocati i super-predatori, ovvero animali particolarmente specializzati nella caccia.

Tra questi si elencano: RETTILI (biscia d’acqua), UCCELLI (civetta, airone, martin pescatore).

La rappresentazione a piramide riflette le diverse quantità con cui gli organismi di vari livelli popolano l’ecosistema: ciò è dovuto al fatto che ad ogni predazione (ad ogni passaggio energetico), vi è una grossa dispersione d’energìa, quantificabile in una perdita del 90% per ogni trasferimento da un livello trofico a quello successivo.

Tutti gli organismi viventi costituiscono fonte energetica per un’altra particolare categoria di consumatori: i decompositori, presenti nel terreno e nei substrati (es. fondo del fosso).

Il trasferimento energetico non avviene però tramite un vero e proprio processo di predazione, ma per degradazione, con passaggi successivi e ad opera di organismi diversi della sostanza organica contenuta nella carcassa dei predatori, allorquando, morendo, cadono sul terreno e su altri substrati.

Le sostanze semplici (inorganiche) prodotte nella decomposizione vengono riutilizzate dalle piante, ricominciando il ciclo della materia.

Tra i principali tipi di decompositori, si ricordano i BATTERI, i FUNGHI, gli ARTROPODI (es. acari, collemboli, insetti vari) ed altri importanti organismi, quali ad esempio gli ANELLIDI (lombrichi, ecc.).

IL PIOPPO

Il pioppoE’ una pianta di alto fusto appartenente alla famiglia delle Salicacae (come il Salice) ed al genere Populus.
Amando la luce, sono piante esigenti, richiedono terreni freschi, umidi a sufficienza (senza ristagni d’acqua), fertili e sciolti.
Con buoni accorgimenti in coltura e alcuni trattamenti antiparassitari (tesi soprattutto a difendere il tronco dall'attacco del temibile "criptorrinco" o punteruolo e da saperda e rodilegno , la pianta avrà una rapidissima crescita. Per quanto riguarda l'apparato fogliare i maggiori attacchi parassitari sono a carico dell'Ifantria, insetto defogliatore di origine americana e della Marsonnina brunea , di origine funginea.
Sono piante a rapido accrescimento, in quanto in soli 10-12 anni sono in grado di raggiungere altezze intorno ai 20-25 metri e diametri di 50-60 centimetri (misura ad altezza petto umano).

Trattasi di una bella pianta ornamentale sia in gruppo che isolata o in filari, abbellisce dando un aspetto festoso ed austero nello stesso tempo al paesaggio in cui è collocata ed in primavera ed in autunno sono uno spettacolo quando le sue foglie iniziano rispettivamente a germogliare ed a ingiallire.

PioppoEsistono numerosissime specie (dalle 30 alle 100!) che crescono sia nelle regioni temperate calde, fino a quelle del Circolo Polare Artico.
In Italia ha una parte importante nell’arboricoltura da legno: viene infatti impiegato per vari usi, quali innanzitutto la produzione della carta ed i suoi derivati, poi la fabbricazione di cassette da imballaggio per l’industria orto-frutticola, di fiammiferi e stuzzicadenti, di pannelli di compensato per l’edilizia e l’arredamento delle case, di bancali (pallets) per la pallettizzazione industriale per il confezionamento/spedizione/trasporto moderno di numerosissimi prodotti.
Pioppeto all'imbrunireE’ apprezzato anche per motivi ornamentali, venendo impiegato nei parchi, nei giardini e nei viali delle città.
Ultimamente, viene anche usato oggi come risorsa energetica alternativa e rinnovabile rispetto a quella tradizionale fossile (gas, petrolio e derivati), inquinante, costosa, pericolosa (basta pensare ai disastri ecologici marini provocati durante il suo trasporto!) e non rinnovabile velocemente: infatti il legno di pioppo (il tronco e l’intera ramaglia laterale), opportunatamente tagliato a pezzetti (‘cippato’ , ‘pellets’, oppure in forma di ‘briquettes’), comincia ad essere utilizzato come fonte energetica per centrali termiche cosiddette “a biomassa” (vedi approfondimento), tramite speciali caldaie a legna per il riscaldamento a servizio delle singole abitazioni, delle comunità locali e degli edifici pubblici.

Foglia di pioppoOltre a quelle spontanee, esistono anche specie di pioppi ibridi, creatisi tra i pioppi neri europei e i pioppi neri importati dall’America, che si sono incrociati spontaneamente nel tempo, rendendo difficile il loro riconoscimento e che vengono classificati sotto il nome di Pioppo euro-americana.

I fiori sono raggruppati a spiga pendente e appaiono all'inizio della primavera, ancora prima dello spuntare delle foglie. Quelli maschili sono più corti e tozzi e compaiono prima di quelli femminili che hanno spighe più lunghe e più pendenti.
La fecondazione avviene tramite l'azione del vento.
Il frutto o gemma ha la forma di una capsula e matura poco tempo dopo la fioritura; da esso escono dei piccoli semi che hanno dei lunghi peli (in America vengono chiamati 'Cottonwood' per via del loro aspetto) e che, agevolati da questi, vengono spinti dal vento anche molto lontano dalla pianta, dove iniziano a germogliare già dopo un paio di settimane. Durante questo specifico periodo, molte strade cittadine si ricoprono di quella famosa 'lanuggine' bianca e soffice, quando le persone allergiche soffrono in maniera particolare!

PERCORSO DELLA “CACCA”

- Che cos’è un LETAMAIO (CONCIMAIA): il suo utilizzo nella notte dei tempi, negli allevamenti familiari, poi diventati intensivi-industriali – con problemi di smaltimento. Una volta considerato l’ “oro dei campi” (una famosa canzone di Fabrizio De Andrè dice: “…dal letame nascono i fiori…”).

Le “toilets” nelle case di campagna di una volta: il vasetto da notte e la ‘turca’ nel giardino-orto di casa

L’utilizzo dell’acqua ed il suo smaltimento nelle case di campagne e nelle città: le acque Bianche – Grigie – Nere

Acque bianche: sostanzialmente l’acqua piovana, raccolta dai tetti, dai piazzali, ecc., in campagna spesso convogliata intelligentemente in bacini di raccolta/laghi/laghetti/cisterne/serbatoi, ecc. per irrigare campi, orti, giardini, ecc.. In montagna raccolta da laghi artificiali o bacini idrici, insieme alla neve ed ai ghiacciai.

Acque grigie: le acque provenienti dal secchiaio di cucina, dai lavandini, dalle vasche e docce, dai bidet, da speciali lavorazioni, contenenti tutte detersivi e grassi chimici, dette anche ‘acque grasse’: vengono convogliate in vasche dette “condensa-grassi”, strutturate in vari scompartimenti per la sedimentazione, per poi finire depurata o nella rete fognaria oppure in quella di sub-irrigazione che vediamo qui sotto.

Acque nere: le acque dei ‘sciacquoni’, quelle quindi dei w.c., che dovrebbero contenere soltanto la pipì, la ‘cacca’, la carta igienica e magari qualche avanzo di cibo liquido non consumato (tipo minestra, brodo. ecc.),

Le acque grigie e le acque nere hanno due destinazioni:
1) le Fognature pubbliche, principalmente nelle città e nei paesi con rete fognaria esistente, con conseguente trattamento delle acque reflue e speciali depuratori industriali;
2) la raccolta in vasche a tenuta (dette ‘fosse biologiche’, o vasche ‘Imhoff’), che comunque devono essere svuotate periodicamente da ditte specializzate.

Il cosiddetto ‘troppo pieno’ (la parte liquida) che entra in queste vasche strutturate a vari scomparti, per caduta naturale, viene convogliato a sua volta in particolari ‘vassoi’ o ‘letti assorbenti’ per la fito-depurazione (depurazione vegetale) dei liquidi, attraverso la copertura con una vegetazione idrofila, cioè ad alto assorbimento di acqua (es.: bambù, salice, felce, lauroceraso, frangola, iris, ecc.).
L’acqua che fuoriesce da questa struttura, dopo queste successive decantazioni, è depurata (mi ricordo che in Persia, negli anni ’60, si diceva che una fogna ‘a cielo aperto’, lungo le strade cittadine, che corre su circa 50 metri di terreno inerbito, è praticamente depurata!).

Questa struttura, il vassoio assorbente, è formato da una vasca o bacino a tenuta stagna (in muratura, in calcestruzzo o in materiale plastico prefabbricato), con il fondo orizzontale a perfetto livello, dimensionato ai fabbisogni della famiglia; è situato inoltre a circa 70/80 cm sotto il livello del suolo.
Questo contenitore viene riempito a partire dal fondo con uno strato di ghiaione lavato, per uno spessore di 15/20 cm, onde facilitare la ripartizione del liquame proveniente dalla vasca Imhoff e successivamente uno strato di ghiaietto lavato dello spessore di 15 cm circa, come supporto alle radici.
Sopra lo strato di ghiaietto, sono posti un particolare telo impiegato nell’edilizia (chiamato ‘tessuto non tessuto’), ed in seguito 40/50 cm di una miscela costituita circa da 50% di terreno vegetale e 50% di torba, su cui saranno messe a dimora le piante su-menzionate.

LA VITA LABORIOSA DELLA NATURA NEI CAMPI

In quei Paesi europei che vantano una lunga e storica tradizione agricola come l’Italia, i terreni ricchi e baciati da un clima mite sono ampiamente rivestiti di pascoli e coltivi ed altri insediamenti agricoli.
Queste terre sono naturalmente portate ad ospitare in modo particolare l’allevamento, l’agricoltura e lo sviluppo della fauna e della flora selvatiche.
Animali e vegetali vivono quindi al ritmo del calendario agricolo dell’agricoltore, continuando senza sosta vivere, a ricostruire ed a sopravvivere laddove sfalci dell’erba, arature, raccolti di seminativi od altri interventi più o meno ‘violenti’ dell’uomo, distruggono regolarmente i loro ambienti e la struttura del terreno del loro habitat.
Vista dall’alto, la campagna italiana appare con mosaici colorati attraversati da piccoli sentieri e da qualche strada sterrata, magari distanti da grosse città od insediamenti industriali o artigianali o da vie di grossa comunicazione; qui le campagne invitano a stupende e rilassanti passeggiate.

Con l’occhio più attento del visitatore e con un po’ di curiosità, si possono osservare molte altre cose: l’attività impressionante di uccelli ed insetti, o la timida presenza di mammiferi, per non parlare di quella ancor più silenziosa, discreta e meno appariscente di orchidee selvatiche, funghi o fiori profumati.
Nella fattoria didattica s’incontra la vita intensa dei campi, alla scoperta personale di particolari all’apparenza insignificanti, sfuggenti e nascosti ai più, all’acquisizione di un nuovo modo di percepire la campagna ed i suoi divertenti e speciali abitanti naturali.

LA VITA DELLA NATURA, NASCOSTA NEI GIARDINI

I giardini sono essenzialmente dei fazzoletti di terra rubati alla campagna o alla città, coltivati con amore e dedizione, magari anche un po’ trascurati, ma sono innanzitutto luoghi in cui la natura trionfa in tutte le sue forme, e anche se curati ed affidati ai giardinieri più abili ed appassionati, non si lasciano mai addomesticare completamente.
Ossia, per quanto ci si impegni alla logica di una cultura specialistica ed artificiosa gestita dall’uomo, i giardini conservano infatti molti aspetti misteriosi e nascosti legati all’eterno dualismo tra natura e coltura.
Infatti, che sia sul tappeto erboso, piuttosto che nelle aiuole dei fiori, nell’orto domestico ad uso familiare, oppure nel cumulo di compostaggio dei rifiuti organici della cucina o dell’umido di scarto del giardino, tra le siepi, i cespugli e gli alberi, possono in realtà arrivare o transitare in qualsiasi momento ospiti inattesi.
E quando capita di imbattersi e di sorprendere questi piccoli animali selvatici, bisogna essere in grado di riconoscerli, di capirne le abitudini ed il ruolo che rivestono nell’economìa dei giardini, intesi come luoghi di convivenza tra uomo e natura, cosi pure come nel delicato equilibrio dell’ambiente circostante (biodiversità).

…E QUELLA SEGRETA DEL BOSCO

La vita della natura del bosco e del sottobosco passa spesso inosservata a chi passa o passeggia distrattamente senza prestare un po’ di attenzione e spirito d’osservazione: è infatti una vita ed un trascorrere del tempo discreti, che si ripete giorno per giorno, stagione per stagione, sin dalla notte dei tempi, ama nascondersi e mimetizzarsi, per poi riprendere il suo corso in libertà, tra i mille altri rumori del bosco, appena si spegne e si allontana quello dei passi umani.
Soltanto allora, magari da un cumulo di pietre sbucano un toporagno o una lucertola, il daino riprende a pascolare o a corteggiare la sua compagna e, mentre l’agilissimo ghiro si rimette in cerca di cibo, la donnola, il tasso, la rana piuttosto del fagiano o della lepre, si avventurano allo scoperto, rinunciando alla protezione naturale dell’intrico della vegetazione folta e rigogliosa...

UCCELLI

Camminare in mezzo alla natura osservando gli uccelli ed ascoltando il loro canto sono un’attività rilassante e gratificante, che apre al visitatore infinite possibilità di ricerca personali (“birdwatching”).

Gli Uccelli presenti in un certo territorio sono un buon segnale ed un buon parametro dello stato di salute di quell’ambiente.

Gli uccelli ci affascinano forse anche perché sono creature estremamente piacevoli, cantano spesso divinamente e deliziosamente e hanno lo stupendo ed invidiabile dono del volo, quella meravigliosa fortuna di vedere il mondo dall’alto, il grande sogno dell’uomo realizzato sin dalla notte dei tempi con i primi tentativi di volo di Icaro.

Derivano dai rettili che possono considerarsi loro antenati. Il loro scheletro è strutturato per il volo. Hanno infatti ossa vuote piene d’aria (ma robuste) e quindi leggere.

I piedi – Sono molto importanti, così come la disposizione delle dita (ad esempio il picchio, due davanti due didietro, coda come appoggio – gli uccelli acquatici hanno invece i piedi palmati per nuotare a mò di pale, altri per camminare in terreni fangosi e paludosi senza affondare - ).

Il piumaggio – E’ una caratteristica peculiare che contraddistingue gli uccelli dagli altri animali (proviene sembra dall’evoluzione delle scaglie dei rettili); fatto di ‘cheratina’, come le unghie, i capelli, il becco.

Le penne hanno varie funzioni: gli uccelli sono fittamente ricoperti di penne e di piume: un piccolo passero ne ha circa 2.000, mentre il cigno reale può averne circa 5.000! Le penne (dette “penne di contorno”) sono quelle che ricoprono il corpo di un uccello adulto e definiscono infatti la forma ed i contorni del corpo. Sono allo stesso tempo robuste, resistenti e leggere.

Le piume invece ricoprono il corpo dei giovani uccelli, anche gli adulti le posseggono sotto le penne e servono come strato protettivo isolante contro il freddo – sono animali a sangue caldo e mantengono la temperatura attorno a 41 °C anche in pieno inverno -.

I colori del piumaggio (dipendenti dai pigmenti della cheratina) variano da razza a razza, secondo le stagioni, il sesso e l’età.

Il becco – Viene usato non soltanto come semplice bocca, bensì anche come mano: serve per pulirsi, per raccogliere materiale per la costruzione del nido, persino per spostarsi (esempio il pappagallo); ma principalmente serve per afferrare e mangiare il cibo – i rapaci hanno becco adunco ed uncinato per strappare e lacerare la carne. I granivori hanno becco robusto per rompere noci e semi. I pescatori lo hanno a forma di fiocina per trafiggere le prede acquatiche. Gli limicoli hanno invece becchi lunghissimi per sondare il fango in cerca di cibo. Gli insettivori hanno becchi piccoli e sottili coi quali perlustrano siepi ed arbusti.

Gli organi di senso – Sono molto simili ai nostri. La vista e l’udito sono molto ben sviluppati. In particolare la vista è acuta ed alcuni uccelli hanno il bulbo oculare più grosso di quello umano. L’aquila può scorgere una preda a 2 km di distanza!

Gli occhi inoltre sono prominenti e disposti ai lati della testa per aumentare il campo visivo; i rapaci notturni però hanno occhi frontali e ruotano il capo che è mobilissimo.

Gli uccelli acquatici hanno una membrana trasparente che ricopre l’occhio quando sono sott’acqua: Questa agisce come lente d’ingrandimento ed ha il pregio di mettere a fuoco a qualsiasi distanza (noi se apriamo gli occhi sott’acqua, ogni dettaglio diventa confuso e sfuocato).

L’udito è ben sviluppato (riconoscono i canti ed i richiami degli altri uccelli a notevoli distanze). In particolare, gli uccelli notturni hanno un udito specialmente affinato ed i rapaci sono in grado d’avvertire i minimi rumori di movimenti di prede. Gli altri sensi (odorato, gusto e tatto) sono meno importanti.

UN GRANDE MISTERO

Ogni autunno migrano milioni di uccelli: rondini, oche e anatre selvatiche, cicogne e cuculi. Lasciano i paesi dove hanno passato l’estate e volano verso paesi più caldi. Alcune specie di uccelli migrano in gruppo, come le rondini, altri volano via da soli.

Gli uccelli migratori spesso volano per migliaia di chilometri, attraversando oceani e montagne. Vanno nei luoghi dove sono andati anche i loro antenati per migliaia di anni. Gli uccelli trascorrono tutto l’inverno in questi paesi ed in primavera ritornano al luogo da dove sono partiti. Talvolta tornano agli stessi nidi dell’anno precedente.

Gli uccelli però non sono gli unici animali migratori. Infatti ci sono pesci, mammiferi ed insetti che migrano.

Alcuni animali, come le renne, migrano due volte l’anno in cerca di cibo. Altri migrano disordinatamente facendo piazza pulita di tutto il cibo che trovano, come le cavallette e i lemming. Altri, infine, come i salmoni e le anguille, si spostano al momento della riproduzione.

Cosa spinge questi animali a migrare? Come fanno gli uccelli a sapere che la brutta stagione sta per arrivare? Come sanno dove andare? Che cosa li guida sempre al medesimo posto?

A questi difficili domande tentano di rispondere gli scienziati, ma nessuna delle risposte date è sicura e la vera ragione delle migrazioni resta un mistero da scoprire…

Sembra che gli uccelli hanno la capacità di decidere di migrare facendo riferimento alla durata delle ore di luce delle giornate.

La migrazione viene indotta non tanto dal pericolo del freddo dell’inverno, ma dalla scarsità od addirittura completa assenza di cibo. Infatti non tutti gli uccelli migrano, rimangono per lo più quelli più abili a procurarsi il cibo, partono invece moltissime femmine e giovani.

Le distanze delle migrazioni: le rondini (uccelli migratori per eccellenza, diffusissime una volta con i loro classici nidi nelle stalle dei contadini) che nidificano in Europa e svernano in Africa Meridionale, compiono due volte l’anno 8.000 km! Molto spesso ritornano esattamente nel nido d’origine. Erano numerosissime nelle stalle dei contadini delle nostre terre, grandi cacciatori di mosche, ma i veleni adoperati in agricoltura e l’inquinamento industriale e delle città hanno ridotto parecchio la loro presenza oggi.

La berta lascia le coste Britanniche ed attraversa l’Atlantico per svernare in Brasile ed Argentina.

La starna addirittura nidifica sulle coste dell’Artico e sverna nell’Antartico (passa quindi dal Polo Nord al Polo Sud compiendo una traversata verticale del globo per 12.000 km!).

Tutti questi uccelli quindi godono di due estati all’anno.

L’origine delle migrazioni è stata provocata dall’avanzata e dal ritiro della calotta polare di ghiacci (11.000 anni fa).

Di solito, quanto più a nord gli uccelli nidificano, tanto più lontano a sud vanno a migrare. Il mistero è come fanno a trovare la strada giusta, come si orientano nei cieli delle loro rotte, di quali strumenti naturali fanno affidamento!??

Sono principalmente guidati dall’istinto animale (inclinazione congenita ed ereditaria che fa parte dell’inconscio e che spinge gli esseri viventi a preservare e tramandare delle caratteristiche individuali per la sopravvivenza della specie): la loro abilità nella navigazione aerea è veramente qualcosa di fenomenale!

Molti si orientano aiutandosi con la posizione del sole e delle stelle nel cielo (ma se il cielo è nuvoloso, possono andare fuori rotta).

Sono una bussola vivente, forse sensibile al campo magnetico terrestre.

Tramite esperimenti con inanellamenti di uccelli alla partenza del luogo di nidificazione con codici internazionali di riferimento, catturati cioè in luoghi lontani di svernamento, marchiati e registrati, al ritorno esatto nel luogo d’origine, si è potuto facilmente verificare che erano gli stessi uccelli partiti nell’autunno scorso.

Altri esperimenti hanno dimostrato che uccelli catturati durante il loro viaggio migratorio, spostati dalla loro rotta per un certo tratto e quindi in una situazione di disorientamento, poi rilasciati, continuano il loro viaggio come se niente fosse successo, muovendosi parallelamente alla loro direzione originaria, terminando poi il viaggio in una zona che per essi è la loro destinazione.

IL MIELE

IL MIELEIl miele, questo “dono” della natura, prodigiosa sorgente d’energia, salute e benessere, é il prodotto alimentare che le api domestiche “fabbricano” principalmente utilizzando il nettare di svariati tipi di fiori, ottenendo mieli “floreali” di nettare (distinti in “monofloreali”, dove sono presenti in percentuale predominante un’unica origine botanica - ad es. acacia, castagno, etc. - e “polifloreali” - il cosiddetto miele di “Millefiori”); più raramente elaborano le secrezioni zuccherine provenienti da foglie o parti di piante “punte” da particolari insetti parassiti (mieli “extra-floreali” di melate), “bottinandole” in aree di pianura, collina o montagna. Tali sostanze sono trasformate dalle api combinandole con prodotti propri, immagazzinate e lasciate maturare nei favi dell’alveare.

Il COLORE del miele può variare dal chiaro paglierino (mieli “chiari”) al bruno scuro/nero (mieli “scuri”) e la sua CONSISTENZA può essere liquida, oppure solida; la CRISTALLIZZAZIONE più o meno rapida é in funzione della sua temperatura e del rapporto glucosio/fruttosio proveniente dal nettare di fiori di specie diverse: quindi questo stato fisico modifica solo l’aspetto, ma non ha influenza alcuna sulle caratteristiche del miele!

Riguardo la DURABILITA', il termine minimo di conservazione é in genere superiore ai 18 mesi; chiaramente la durata di un prodotto è in funzione dei modi e delle condizioni di conservazione: il miele và possibilmente mantenuto in luogo fresco, asciutto ed al riparo dalla luce.
Il miele é lo “zucchero” dei fiori, infatti per circa il 75% è composto da questa sostanza alimentare energetica per eccellenza.

La composizione del miele - Fattoria Didattica Giralfoglia

Gli zuccheri semplici del miele una volta ingenti vengono prontamente assimilati dal nostro organismo senza l’intervento di enzimi digestivi; invece, la maggior parte degli zuccheri composti raccolti dai fiori vengono trasformati dalle api in semplici grazie all’enzima invertasi secreto dalle ghiandole salivari. Lo zucchero bianco comunemente usato e invece composto al 98/99,5% di saccarosio (zucchero composto) ed é totalmente privo di altri componenti nutrizionali richiede quindi un processo digestivo.

Il miele é perciò un alimento in grado di fornire energia ‘istantanea”, ed in parte anche di lunga durata, per quella presenza di zuccheri semplici e composti con tempi diversi di assimilazione.
Il miele, inoltre, diversamente dallo zucchero comune, ha un costo ambientale prossimo allo zero, e la sua produzione sfrutta soltanto risorse rinnovabili.
Qualità
Le sue qualità non sono limitate al fattore energetico. Nel miele sono presenti molte sostanze che ne fanno un alimento di alto valore biologico. Infatti, oltre all’acqua e agli zuccheri, troviamo altre sostanze come aminoacidi, acidi organici ed inorganici, ormoni, vitamine, enzimi, lieviti, inibine, sostanze antimicrobiche ed infine minerali ed oligominerali.

Il miele contiene dunque dei battericidi che lo rendono un alimento “vivente” ed igienicamente sicuro. E' dimostrato infatti che il miele ha importanza fondamentale non solo per il suo benefico intervento nel metabolismo di un individuo, ma anche come attivatore di processi di difesa. E' pertanto, nello stesso tempo, un prezioso alimento ed un farmaco naturale. Ma perché mantenga intatti tutti i suoi valori biologlci deve essere “vergine integrale“, cioé immune da manipolazioni e trattamenti industriali, come possono essere la pastorizzazione e la raffinazione, i quali ne distruggono i componenti fondamentali come le proteine.

Il miele deve essere confezionato e quindi consumato così come é stato estratto dai favi presentando una forma Iiquida viscosa; conserva così tutte le qualità biologico-nutritive offerte dalla natura, indipendentemente dal presentarsi successivamente in stato liquido o solido-cristallizzato.

La qualità del miele - Fattoria Didattica Giralafoglia

Come si osserva l'infinitamente grande...

Esistono diversi strumenti per l’osservazione di oggetti che non possono essere visti ad occhio nudo.

La lente d’ingrandimento è una speciale lente convergente usata per osservare meglio oggetti molto piccoli.
Il cannocchiale è uno strumento ottico, composto essenzialmente da un obiettivo e da un oculare, che serve per osservare oggetti lontani e per vederli ingranditi.
Si parla invece di binocolo quando tale strumento è costituito da due cannocchiali gemelli dentro i quali si guarda con entrambi gli occhi, mentre il monocolo è composto da un unica canna d’osservazione.

Com'è fatto un Cannocchiale Com'è fatto un Binocolo

e l'infinitamente piccolo!

La dimensione delle cellule si misura in “micrometri”: un’unità di misura che equivale ad un millesimo di millimetro. Per esempio, i globuli rossi del sangue misurano 7,5 micrometri (cioè millesimi di millimetro), mentre le cellule nervose dell’uomo misurano invece circa 100 micrometri.
Non è quindi possibile osservare le cellule ad occhio nudo, neanche per quelli che hanno vista 12/10!
Gli scienziati e gli appassionati devono avvalersi di strumenti in grado di analizzare ed osservare questi elementi piccolissimi.

Cos'è il MICROSCOPIO?

MICROSCOPIOPerciò è necessario l’ausilio del MICROSCOPIO.
Ne esistono naturalmente vari tipi, dai semplici a quelli elettronici più sofisticati.
Il campione da sottoporre ad osservazione deve essere molto sottile perché possa essere attraversato dalla luce. Esso va appoggiato su un vetrino porta oggetto ed eventualmente bagnato con una goccia d’acqua per ottenere il “preparato”.
A questo punto lo si copre con il vetrino copri oggetto e può essere sistemato sulla piattaforma del microscopio per essere osservato.

IL MONDO CONTADINO: FATTORE NOSTALGIA

Mondo Contadino Fattore nostalgiaMemorie di un mondo lontano, ma ancora vivissimo nel ricordo di molti contadini anziani. Questo è il racconto di un contadino vicentino di nome Giuseppe, chiamato classicamente ‘Bepi’, nato nel 1914, che oggi vive in una grande città da decenni, ma i luoghi nei quali è cresciuto, li sono rimasti nel cuore.
Ascoltare i suoi racconti, significa scoprire un mondo contadino che dista meno di cento anni da noi, ma sembra allo stesso tempo lontano millenni!
Questa non è una storia fuori dal comune, ma può essere il ricordo, la testimonianza e la vita vissuta che rispecchia quella di moltissimi altri contadini di una volta.

Una esistenza tutt’altro che facile. Racconta Bepi:

"Eravamo in famiglia in nove: io, tre sorelle, tre fratelli ed i miei genitori. Avevamo poca terra, dove ci cresceva un po’ di grano, qualche patata e della verdura. Il cibo in tavola non c’è mai mancato, ma non ne abbiamo mai avuto in abbondanza”.

Mondo Contadino: Fattore nostalgiaLa dieta di Bepi inevitabilmente ruotava sempre intorno ai soliti piatti: minestra, talvolta tagliatelle, spesso polenta. Unico lusso: a Natale un pollo! A parte questo, niente carne.
D’altra parte, se la famiglia di Bepi non possedeva molta terra, non aveva nemmeno i mezzi per farla sfruttare.
Bepi riassume così l’attrezzatura a loro disposizione: una zappa, un badile ed un rastrello. Semplicissime macchine agricole, come l’aratro e l’erpice, erano già fuori dalla loro portata.
L’irrigazione dipendeva dai capricci della pioggia. Eppure Bepi, nonostante una vita dura e parca, non riesce a nascondere una velata nostalgia per quel periodo, specie per quanto riguarda alcuni aspetti.
Dalle sue parole, ad esempio, emerge il ricordo di un’armonia con la natura che oggigiorno purtroppo non ci appartiene più.
“I nostri animali erano membri della famiglia; avevamo un cane ed una capra, e tutti e due erano affettuosi allo stesso modo. Mio padre, poi, trattava come un animale domestico anche il topolino che viveva sotto il lavello…Invece di dargli la caccia, gli dava da mangiare.”
Ma il tenero sguardo di Bepi si illumina davvero quando arriva il momento in cui rievoca la vita sociale del paese.
Fattore nostalgia mondo contadino"Avevamo ospiti quasi ogni sera. Giocavamo a dama, a carte o a tombola. Di domenica, mio padre tirava fuori la fisarmonica, e si ballava. Quando c’era la messa nel paese, le scarpe belle, che s’indossavano soltanto quel giorno di festa, non c’erano per tutti noi fratelli, quindi a turno bisognava aspettare che tornassero alcuni, per scambiarcele (spesso si calzavano strette oppure erano troppo larghe)!”
Svaghi semplici per gente semplice, senza pretese, appagata da una dimensione comunitaria ed umana che trasformava l’intero paese in un’unica famiglia.
“Se c’era qualcuno malato”, prosegue Bepi, “c’era sempre qualcun altro che lo accudiva”.
Ed aggiunge una frase che vale più di qualunque commento: “Nessuno era mai solo”.

L’agricoltura moderna ha fatto passi da gigante, dai tempi in cui il padre del nostro Bepi spaccava le zolle a colpi di zappa. Oggi gli agricoltori ottengono mille volte di più con un millesimo dello sforzo di allora!
Ma se quello di Giuseppe, per molti versi, era un mondo di grande povertà, nel contempo era infinitamente più ricco del nostro…

LE STORIE CHE NON FINISCONO MAI

Scrive una scuola:

“Noi abbiamo scoperto che certe storie vere non finiscono mai, perchè ricominciano sempre. Come la storia dell'albero.
L'albero d'inverno dorme, poi a primavera si risveglia e mette le gemme e poi i fiori e poi i frutti. In autunno le foglie diventano gialle o marroni o rosse e cadono. E l'albero si addormenta. Poi si ricomincia da capo”.

FATTORIA DIDATTICA “FAVOLOSA”

Le favole raccontate e vissute, in un mondo dove i bambini hanno sempre più difficoltà ad esprimere i propri desideri interiori, concentrati più verso un ascolto ‘passivo’ e solitario davanti agli ottimi ‘baby-sitters’ tecnologici e freddi della televisione e dei computers/video-giochi, assumono una valenza molto importante nel loro percorso evolutivo e formativo.

Cappuccetto RossoLe competenze per poter raccontare buone storie, non sono di facile acquisizione, poiché principalmente devono trovare un riferimento ad una cultura e ad una tradizione personali dello stesso narratore del racconto.
E se queste mancano, sono molto difficili da costruire.
Queste capacità presuppongono una speciale disponibilità, che deve essere reale e sincera per questo tipo di comunicazione e per il genere di relazione che s’intende stabilire: complicità, autenticità, empatia, entusiasmo e coinvolgimento emotivo e relazionale viaggiano insieme.
Non si può fare il racconta-storie se non si vive intensamente dal di dentro la storia stessa che si va ad illustrare, partecipando completamente al clima emotivo che le stesse si pongono di creare.

Lo stesso racconto o la lettura di una favola implicano il “mettersi in gioco” con i bambini-spettatori ed è proprio il grado di disponibilità a farlo a rendere l’esperienza unica e positiva ed a conferirle un valore educativo-terapeutico. Lo stesso grande musicista italiano Paganini testimoniava che “raccontare storie rende letteralmente esausti”.

Nel leggere la fiaba è necessario quindi un coinvolgimento ed un trasporto integrali del corpo, dell’anima e della mimica del narratore, ponendosi in un complesso articolato di relazioni tra chi racconta e chi ascolta.
Raccontare perciò significa “sapersi raccontare”, cioè saper trovare dentro se stessi – magari scavando nell’inconscio profondo di quella parte di se stessi perennemente ancora rimasta bambino – significati di una storia che ci coinvolgono e che ci interrogano.

Cervo incastrato tra i ramiTutte le storie del mondo sono costruite con una introduzione, una parte centrale ed una fine.
Il classico inizio “c’era una volta…”, stabilisce quell’intento di “far finta sul serio” dove inizia il gioco ‘favoloso’.
Gli occhi degli ospiti guardano i gesti e la bocca del narratore, la sua voce invece stimola emozioni e sensazioni diverse.
Narrare storie significa anche mettere insieme – come delle tessere di un domino – pezzetti della propria esperienza con quella di chi ci ha preceduto e ce l’ha a sua volta narrata, lasciandocela e consegnandocela a testimonianza dei suoi stessi tentativi.
Nel magico momento del racconto, scaturisce un elemento positivo e di rassicurazione.
Di storie ne conosciamo tutti, adulti e bambini. Non sono i contenuti a mancarci, bensì è la “capacità a narrare”, manca quel silenzio interiore per ritrovarla, per costruirla ed esprimerla, venendo a patti con la propria esperienza vissuta e la nostra bravura espressiva.
L’esperienza della lettura aiuta (adulti e bambini) a scoprire ed a mettere in risalto un angolo recondito di silenzio, di riflessione, di tranquillità interiori, ritrovando la capacità di narrare la storia che ci riguarda più da vicino, quella che in quel momento per noi è più ispirante, più calzante e significativa.
I bambini, nella loro delicata ed allo stesso tempo bellissima fase di crescita, pensano in termini di narrativa fantastica, inventando giochi e giustamente proiettandosi in esperienze spesso lontane dalla vita di tutti i giorni.
Le più belle storie, quelle che hanno successo, sono proprio quelle che riescono a “ricatturare” queste esperienze ‘fantastiche’, le quali oltretutto danno loro un ordine ed una conclusione rassicurante, risolutiva e soddisfacente: è quella che essi stessi cercano, ma che spesso non sono in grado di darsi da soli.

hansel e gretelCalandosi nella realtà delle Fattorìe Didattiche-Educative, raccontare significa quindi condividere storie e situazioni, illustrare ed animare i diversi aspetti del mondo delle fattorìe agricole e della loro vita in campagna, facendo nascere o sviluppare la passione per la scoperta o ri-scoperta della propria storia, al passato ed in futuro.
Ciò diventa in qualche maniera lo specchio di quel che si è stati in passato, di quello che si è oggi, del tempo che si è vissuto in uno dei tanti luoghi in cui si è abitato, delle cose che si sono incontrate e raccolte, e, naturalmente, delle persone conosciute; dei loro volti, delle loro parole, delle loro qualità e di quello che ci hanno insegnato.
Il racconto (inteso come fiaba, filastrocca, conta, ninna-nanna, tiritera, poesìa o filò che sia), è un semplice e piacevole gioco che ricuce i momenti, le immagini, le azioni, i ricordi dolci, le scene cruciali dell’esistenza di ognuno di noi.
Si scoprirà ben presto che chi crede di non ricordare, si accorgerà che troverà alle sue spalle un mondo che non aspetta altro che essere ritrovato.

Cervo vanitosIn definitiva, raccontare in prima persona, con la voce e la gestualità necessarie, significa intraprendere un viaggio insieme ai bambini ospiti alla riscoperta del ricco patrimonio della tradizione orale di un tempo, di un’antica sapienza e saggezza popolari (purtroppo oggi spesso ignorate, non più rispettate o riconosciute, oppure dimenticate), basate proprio sull’arte di tramandare storie o leggende.
Magari ambientato nello scenario improvvisato di un piccolo teatrino a cielo aperto, significa inoltre anche trasmettere al bambino un’esperienza specialissima: l’immersione totale in un universo a lui sconosciuto o comunque poco noto, per mezzo di una lettura del mondo fatta di gesti, parole, sguardi, sorrisi, giuochi, suoni, colori ed espressioni recuperati da una storia antica che è doveroso tenere viva.

STORIA di MONTE BERICO

Vi presentiamo un piccolo riassunto storico-culturale del Monte su cui ci troviamo, che vede il passaggio di migliaia di visitatori ogni anno

Nei primi decenni del 1400, imperversava a Vicenza una pestilenza ostinata, importata dai soldati nella guerra tra la Repubblica Veneta ed i Visconti di Milano.
II 7 maggio del 1426, come ogni giorno, Vincenza Pasini, malgrado i suoi settanta anni, si recava a Monte Berico per portare del cibo a suo marito Francesco che lavorava in una piccola vigna sul colle.
Ma quel giorno non doveva essere uguale a tutti gli altri: giunta in prossimità di una croce d’ulivo di fronte alla quale era solita pregare, infatti la donna fu testimone di una serie di fenomeni destinati a lasciare un segno nella città di Vicenza.

Tra un bagliore di luce e alcuni suoni misteriosi, apparve, profumando l’aria, un'immagine con vesti d’oro luminosissime.
La povera donna, sconvolta, cadde a terra sbalordita, ma l’apparizione la rincuorò rivelandosi e, poggiandole la mano sulla spalla destra, le disse di andare in città e convincere i vicentini a costruire un tempio nel punto in la Vergine si era manifestata, e che se i vicentini avessero scavato, in quel luogo ne sarebbe scaturita una sorgente; infine, prese la Croce di rami d’ulivo, tracciò con essa il perimetro del tempio richiesto e, dopo aver detto che coloro che vi fossero recati in preghiera la prima domenica del mese, avrebbero ricevuto delle grazie, piantò per terra la Croce e scomparve.
La donna divulgò subito la notizia in città, parlandone anche con il Vescovo, ma non venne creduta. Questa incredulità durò due anni, precisamente fino al 2 agosto 1428, quando la Vergine, riapparendo a Vincenza, rinnovò l’appello.
Questa volta il Vescovo e le autorità importanti della città decisero di effettuare un sopralluogo a Monte Berico, dove effettivamente constatarono il solco ancora inspiegabilmente integro tracciato dalla prima apparizione.
Prima pietra del Santuario di Monte BericoIl 25 agosto si decise quindi di avviare i lavori di costruzione del tempio; al tempo stesso, venne effettuato uno scavo nel luogo preciso indicato dalla Vergine, e da lì, come promesso, scaturì una fonte d’acqua, che tra l’altro contribuì al fabbisogno dei lavori di costruzione.
In coincidenza con questi fatti la peste diminuì sensibilmente, per poi in breve tempo scomparire del tutto dalla città. Inoltre, l’acqua stranamente scaturita risultò dai poteri miracolosi, guarendo chi la beveva: questo prodigio durò 81 anni, esattamente fino a che la fonte si seccò improvvisamente quando venne condotto un cavallo malato che guarì.

Santuario di Monte Berico di notteCi furono altri eventi miracolistici, ma questo è degno di racconto: durante un atto di brigantaggio da parte di alcuni ladri della città, uno di essi, nella fuga, tentò di trovare rifugio nella Penitenzerìa della Basilica, e, vista una finestra aperta che guardava verso la Valletta del Silenzio, si gettò inconsapevolmente nel vuoto, effettuando un salto di parecchi metri. Morì sul colpo.
Uno degli sbirri che lo rincorreva, nell’impeto dell’inseguimento, fece altrettanto, non avvedendosi del pericolo imminente. Cadde nel prato sottostante incolume: tutti gridarono al miracolo!

Panoramica Santuario Monte BericoLa costruzione al principio rappresentava una primitiva chiesetta, nucleo originario di quello che, con successivi ampliamenti, sarebbe diventato il più bello ed importante Santuario mariano del Veneto: quello “della Madonna di Monte Berico”.

Basilica di Monte Berico
La Basilica-Santuario è oggi costituita dall’insieme di due chiese: una di stile gotico, completata nella seconda metà del 1400; l’altra, di stile barocco, ampliata e completata da un certo Borella, dopo un primo ampliamento su disegno del Palladio (1576).

Dal centro di Vicenza, si può raggiungere Monte Berico e la Basilica, attraverso una teoria di portici (del 1700), formati da ben 150 arcate: quanti sono i grani del vecchio Rosario; e, ogni dieci arcate, da una Cappella nella quale sono dipinti i singoli Misteri del Rosario.
La cura del Santuario è officiata dai Servi di Maria ed è meta ininterrotta di pellegrinaggi da tutto il Triveneto e da altre regioni d’Italia.

LE SUORE CARMELITANE ‘SCALZE’ DI CLAUSURA

Una storia nel ‘silenzio della Valletta’, ascoltando il Vangelo.

L’Azienda agricola-didattica Giralafoglia è confinante sul lato nord con la proprietà delle Monache di Clausura di Santa Teresa di Gesù Bambino: qui avviene l’incontro tra il disegno umano e quello divino.
La Comunità del Carmelo di Vicenza, fondata nel 1949, trae fondamento dall’Ordine Carmelitano ed il luogo d’origine è il Monte Carmelo in Palestina (“Karmel” significa ‘giardino’, ma anche ‘rosso’, oppure ‘chicco di frumento o di orzo’), un promontorio di circa 500 metri d’altezza sul livello del mare, che si erge sopra il golfo della città marittima di Haifa, nello stato di Israele.
Le Suore sono una presenza discreta, silenziosa e rispettosa, dove una comunità di monache costruisce la propria vita: esse hanno scelto una vocazione che mette allo stesso tempo al primo posto Dio, ma anche l’uomo, poiché creato a sua immagine e somiglianza.
Una vocazione dunque che privilegia il silenzio, le voci sotto-tono, l’ascolto, l’amore supremo, il canto, l’orazione, la contemplazione ed infine l’immobilità, in un mondo in continuo movimento pieno di velocità, frenesia e super-tecnologico, in una società che sempre più tende ad omologare stili, significati, modelli di vita esasperati, di basso profilo morale, facendoci perdere gli orizzonti più belli.
La posizione geografica è semplicemente magica: da un lato, verso sud, i boschi di pino, larice, carpino, ma anche cedri maestosi, magnolie e laurocerasi e con una strepitosa veduta sul parco circostante il Monastero, sui prati e sui campi che guardano verso la Valletta del Silenzio ed oltre i Colli Berici, con uno scorcio sullo sfondo della cupola della Basilica di Monte Berico, che quasi si erge a protezione del Convento stesso; dall’altro, il panorama mozzafiato, verso nord, con all’orizzonte il corteo di montagne alpine (Pasubio, Altopiano di Asiago, Monte Grappa) che sovrastano le città di Schio, Thiene, Marostica e Bassano del Grappa, contornati da numerosi paesi e paesini limitrofi, mentre in primo piano si estende la bella città di Vicenza.

Qualunque sia il motivo o l’ispirazione che portano una persona a visitare un Monastero, l’immaginazione collettiva tende a pensare a suore concentrate in colloqui e meditazioni tra foglie e piante, tra cielo e terra, tra sole e giuochi di luce ed ombre, tra rami mossi dal vento e cortecce di piante secolari.

Le monache impiegano il loro tempo libero dalla preghiera, con occupazioni quali ricami, pitture, scritture e correzioni di bozze tipografiche, lavori agricoli nel giardino, nell’orto e nel vigneto di proprietà, poiché tutte quelle azioni che rispondono a bisogni imposti dalla vita naturale e sociale, sono riconducibili a preghiera, a sviluppo della mente, del cuore e dell’anima.

Nel monastero, sebbene il tempo è scandito giornalmente dai battiti regolari delle campane orarie (e della mezz’ora) della Basilica che dista soltanto 300 metri in linea d’aria, e dalle campanelle di richiamo alla preghiera, esso in realtà è privo di lancette, in una immobilità incredibile, ma contemporaneamente luogo d’incontro tra il tempo delle stagioni e quello della vita di ogni essere umano.

Questo è il luogo di una “scuola permanente” che disegna strade non asfaltate, senza alcuna segnalazione stradale, per raggiungere un Fine da conquistare volta per volta, coltivando ed amando la vita come un dono gratuito di Dio.

E’ un luogo anche dove si incrociano i percorsi d’incontro, condivisione, consolazione, aiuto, sofferenza, gioie, dolori, angosce, ansie, speranze, fiducia, smarrimento.

I muri del Monastero vanno quindi interpretati non come una prigione, una clausura forzata, una protezione da occhi e sguardi indiscreti o un isolamento o fuga dal mondo, ma come la corteccia di una pianta che trasmette linfa vitale ed energia contagiosa.

E’ curioso cercare di capire cosa spinge una persona a farsi monaca di clausura, ad entrare in un convento: si scopre così l’attualità di questa scelta coraggiosa, per niente ‘fuori dal mondo’, o spersonalizzante.

Ciò è giustificato dal fatto che sono molte le persone sconosciute che hanno lasciato pensieri, stimolate dall’invito nel Libro del Monastero: “Se vuoi, lascia qui la tua firma, le tue gioie ed i tuoi dolori. Ti ricorderemo nella nostra preghiera”.

Dunque il Carmelo di Vicenza è oggi una casa di preghiera dove dimorano – in modo generoso, semplice ed ospitale – il silenzio, il sorriso, la meditazione, l’aiuto, dando respiro ampio alla pace, ai profumi ed ai colori naturali del paesaggio circostante, messo gratuitamente a disposizione dei cittadini del mondo, nel nostro pellegrinare errante lungo i cammini spesso confusi, stressanti e disordinati della nostra vita, quando poco più in là i rumori, la velocità, il mondo frenetico ed inquietante, gli interessi materiali dominano ed annebbiano persino il senso del nostro vivere.

Non che questo luogo debba dare automaticamente verità, certezza o salvezza, ma può rappresentare luogo sottile, dolce e misterioso di disegni divini, anche per coloro che con affanno ed con ostinazione ricercano il senso della vita nel lavoro esasperato, nel successo ad ogni costo, nell’immagine dell’apparenza, nei conti in banca o nell’egoistico esercizio di poteri, in un mondo permeato da messaggi fuorvianti dei mass-media che inneggiano grandi contenuti di felicità ed appagamento più attraverso viaggi paradisiaci verso mete lontane, piuttosto che nell’impegno quotidiano, discreto, costante ed umile di una vita vissuta giorno per giorno; oppure a pretendere figli perfetti, sempre super-bravi a scuola o nelle attività sportive, piuttosto che nel dedicare loro più tempo, coltivando e condividendo il dialogo, l’ascolto, le emozioni, i desideri, i sogni, gli entusiasmi e le relazioni, alla ricerca intelligente di valori e sentimenti profondi e autentici.

Antonio FOGAZZARO

La vita
Antonio FOGAZZARONasce a Vicenza il 25 marzo 1842. Compie gli studi ginnasiali sotto la guida dello zio paterno. Dopo la maturità, si laurea in legge a Torino nel 1864. Gli anni torinesi sono anni di divertimenti; l'inclinazione di Fogazzaro a esercitare la professione di avvocato non è ben salda, la sua vocazione autentica è la letteratura.
Si trasferisce a Milano, dove subisce gli stimoli della Scapigliatura. Nel 1866 si sposa con Margherita dei conti di Valmarana. Nel 1869 nasce Gina, la sua prima figlia.
Antonio FOGAZZARODopo aver pubblicato dei versi, nel 1881 dà alle stampe il suo primo romanzo: Malombra. Fa la conoscenza di Giuseppe Giacosa e nel 1883 ha inizio la sua relazione con Elana, la donna che sarà così importante per il suo sviluppo spirituale e sentimentale. Nel 1885 esce Daniele Cortis, nel 1888 Il mistero del poeta. Nel frattempo scrive anche dei saggi. Nel 1895 pubblica Piccolo mondo antico, "romanzo di memorie e affetti familiari", considerato il suo capolavoro. Purtroppo, durante lo stesso anno, perde precocemente l'adorato figlio Mariano. Viene nominato senatore del Regno nel 1896. Intanto frequenta con sempre maggiore assiduità gli ambienti religiosi ed ecclesiastici. Pubblica altri due romanzi: Piccolo mondo moderno (1901) e Il Santo (1905). Quest'ultimo, considerato troppo moderno, viene proibito dalla Chiesa. Fogazzaro accetta l'ostracismo delle gerarchie cattoliche e cerca di rimediarvi con un'ulteriore opera, Leila (1910), ma sfortunatamente anche questo romanzo viene messo all'Indice.
Muore il 7 marzo 1911.

Opere

Malombra (1881); Daniele Cortis (1885); Il mistero del poeta (1888); Piccolo mondo antico (1895); Piccolo mondo moderno (1901); Il Santo (1905); Leila (1910)

Malombra
Esce nel 1881, lo stesso anno della pubblicazione de I Malavoglia di Verga. La protagonista è Marina che, orfana dei genitori, trova ospitalità presso lo zio, Cesare d'Ormengo. La giovane trova un manoscritto della nonna Cecilia Varrega, morta pazza perchè segregata per anni dal marito geloso. Marina è sconvolta da questa lettura. Di lei si innamora Corrado Silla, uno scrittore privo di successo, solitario e incapace di comunicare con i propri simili.. Corrado viene travolto dalla follia di Marina e muore ucciso da un colpo di pistola.
Al nucleo narrativo principale, si intersecano altre storie: quella, per esempio, del segretario tedesco Steinegge, che ritrova la figlia Edith, la quale rinuncia a una propria vita per assistere il padre umiliato e quella di don Innocenzo, un sacerdote di campagna che vive in serenità e semplicità la propria fede religiosa.
In Malombra vi sono degli squilibri narrativi, ma rimane uno dei romanzi migliori di Fogazzaro, complesso e moderno nel medesimo tempo.
Marina, di un "candore dorato", è una figura femminile di fascino, anche erotico, conturbante, mentre Corrado Silla, che lavora a un'originale saggio sull'ipocrisia, è il prototipo dell'intellettuale emarginato, vittima dell'incertezza e dell'inquietudine del suo temperamento e del suo secolo, uomo senza qualità inetto al vivere.

Daniele Cortis
Daniele è un uomo forte e sensibile. Trentenne colto e preparato, - è un eccellente economista -, Daniele è un conservatore il cui posto nella vita è "avanti, molto avanti". Tuttavia le sue ambiziose idee di rifondazione della vita politica della nazione falliscono.
Di lui si innamora Elena, già sposata con il barone Carmine di Santa Giulia, uomo mediocre, giocatore incallito e pieno di debiti. Combattuta da un lacerante conflitto interiore, Elena non intende tradire il marito ("fedele a se stessa, non a lui") e rinuncia all' amore per Daniele.
Nel frattempo, Daniele scopre che sua madre ha tradito l'onesto e retto padre proprio con il barone di Santa Giulia. La trama assume un carattere geometrico, ad incastri. Elena e Daniele rinunciano all'amore reciproco per farsi carico di colpe non proprie; l'una segue il marito in Oriente, l'altro si prende cura della madre.
Due, quindi, i motivi principali del romanzo: politico e sentimentale. Elena incarna la fedeltà coniugale, mentre è sconvolta dalla scoperta che la vita è una commedia piena di falsità.

Il mistero del poeta
È il romanzo più breve di Fogazzaro. Un poeta lascia un libro con la testimonianza di un'avventura sentimentale diversa dai consueti amorazzi volgari. Narra della bionda e alta Violet Yves, una donna fredda perchè delusa da un amore finito. Violet legge un libro del poeta e ritrova la propria sensibilità. Il poeta si propone di amarla, nonostante lei sia già legata in un rapporto più che altro di stima con un uomo, il mite professor Topler.
Il professore si fa da parte, Violet e il poeta possono sposarsi, quando riappare il vecchio amante di lei. Incombe la tragedia. Nell'emozione di rivederlo, la donna muore, fra le braccia del poeta.
Il romanzo costituisce una tipica espressione del decadentismo.

Piccolo mondo antico
La vicenda è ambientata sul lago di Lugano. Franco e Luisa si sposano contro il volere della marchesa Maironi, la nonna di lui. I due giovani conducono un'esistenza di ristrettezze economiche; hanno una bimba, Maria. La nonna perseguita Franco e proprio quando Luisa decide di affrontare la vecchia, una disgrazia glielo impedisce: nelle acque del lago annega la figlioletta Maria. Luisa si rinchiude nel dolore, mentre Franco trova conforto nella fede. I due sposi per tre anni si separano, ma poi finiscono per riconciliarsi.
Il motivo principale del romanzo è il confronto di due anime: Franco è colto, ma inetto a vivere, come Corrado di Malombra. Alla fine, però, si redime, superando l'intellettualismo velleitario che lo contraddistingue. Si confronta con la realtà, prima come umile traduttore, poi come soldato. Sorretto dalla fede riesce sa riscattarsi.
Luisa è attiva, autonoma, combattiva, animata da un forte senso di giustizia. È tuttavia priva di fede, anzi crede nell'esistenza di un "Dio cattivo". Proprio a causa della mancanza di fede, dopo i lutti che la colpiscono, Luisa si dà allo spiritismo, medita addirittura il suicidio.
Piccolo mondo antico ha l'ambizione di costituire uno spaccato della totalità dell'esistenza. Accanto ai due protagonisti, c'è una coralità di personaggi: la nonna, lo zio Piero. C'è il tema risorgimentale e c'è soprattutto la celebrazione del piccolo mondo della provincia, con le proprie ritualità, i ritmi, le abitudini, indifferente ai grandi avvenimenti storici.

Piccolo mondo moderno
Il protagonista è Piero Maironi, figlio di Franco e Luisa. Rimasto orfano, Piero, alla morte della bisnonna, ne eredita il patrimonio. Sposa Elisa, ma il matrimonio si rivela infelice. Elisa è affetta da una malattia mentale che la porterà in manicomio.
Piero è combattuto fra un'aspirazione ascetico-religiosa e l'amore terreno per Jeanne Dessalle. Intanto viene eletto sindaco, si impegna con alacrità nella vita pubblica, ricavandone tuttavia soltanto delusioni.
Piero appare "malcontento di sè, della vita inerte che conduceva, roso da inquietudini strane".
Il romanzo sembra suggerire la nostalgia per il vecchio mondo, apparendo il nuovo costituito da intrallazzi, basse ambizioni arriviste, intrighi, corruzione. Piccolo mondo moderno anticipa e prepara motivi e scrittura de Il Santo. Si intravedono anticipazioni delle tematiche care al romanzo cattolico del Novecento (vedi Mauriac).
Quest'operaè stata ambientata nel contesto magico della Valletta del Silenzio.

Il Santo
Piero Maironi si è rifugiato a Subiaco, presso una comunità di frati. Egli si propone "una riforma della Chiesa". Ritiratosi poi in solitudine in un paese di montagna, Piero acquista con le sue opere la fama di santo. Attorno a lui si accende presto una fede fanatica e la sua santità è comunque assediata, nel romanzo, dal mondo e dalla mondanità: nobildonne e descrizioni di rutilanti città straniere. C'è soprattutto la seduzione molto umana e terrena di Jeanne Dessalle.
Il Santo è dunque un romanzo di discussione religiosa, ma immerso nella fragilità umanissima del suo protagonista, attraversato da inquietudini e desideri che appartengono al mondo terreno.

Leila
Massimo Alberti è il discepolo del Santo. Colto, ha compiuto solidi studi di medicina, tuttavia non esercita la professione. Intende rinnovare il cattolicesimo. Pur professando un distacco religioso dalle faccende del mondo, Massimo subisce il fascino femminile di Lelia (o Leila appunto)
L'ultimo romanzo di Fogazzaro sembra una ricapitolazione dei motivi più importanti della narrativa dello scrittore vicentino. In primo piano sempre le tematiche religiosa e sentimentale.

Temi
Proviamo a riassumere i temi della narrativa di Fogazzaro.
C'è un'oscillazione fra la tranquillità della vita familiare e le esperienze tormentate. Alla vita ideale condotta nella quiete giornate della villa, fa da contrappunto un mondo corroso dalla malattia, dominato dal dubbio e dall'inquietudine. Sono le incertezze e le inquietudini della modernità che sembrano preoccupare Fogazzaro, il quale dipinge i valori del piccolo mondo di provincia, quale rifugio e fuga da quei turbamenti.

Fogazzaro finisce col ritrarre così la villa e la mondanità, l'aristocrazia e l'alta borghesia, mantenendo però sempre vigile lo spirito critico verso questo mondo.
La religiosità espressa dai suoi personaggi è sempre una religiosità problematica, sofferta, colma di ansia.
C'è nella sua produzione, orientata al romanzo psicologico, un'indagine attenta dei motivi profondi delle azioni degli uomini, un'indagine del subconscio e della malattia molto moderne. Necessario gli appare l'esame profondo di se stessi e dell'ambiente umano circostante, consapevole allo stesso tempo che "le sorgenti dell'ispirazione artistica sfuggono alla coscienza stessa dell'artista".
Il tono della scrittura è spesso malinconico, elegiaco. Si impongono la memoria, il ricordo, le occasioni perdute.