PERCORSO DELLA “CACCA”
- Che cos’è un LETAMAIO (CONCIMAIA): il suo utilizzo nella notte dei tempi, negli allevamenti familiari, poi diventati intensivi-industriali – con problemi di smaltimento. Una volta considerato l’ “oro dei campi” (una famosa canzone di Fabrizio De Andrè dice: “…dal letame nascono i fiori…”).
Le “toilets” nelle case di campagna di una volta: il vasetto da notte e la ‘turca’ nel giardino-orto di casa
L’utilizzo dell’acqua ed il suo smaltimento nelle case di campagne e nelle città: le acque Bianche – Grigie – Nere
Acque bianche: sostanzialmente l’acqua piovana, raccolta dai tetti, dai piazzali, ecc., in campagna spesso convogliata intelligentemente in bacini di raccolta/laghi/laghetti/cisterne/serbatoi, ecc. per irrigare campi, orti, giardini, ecc.. In montagna raccolta da laghi artificiali o bacini idrici, insieme alla neve ed ai ghiacciai.
Acque grigie: le acque provenienti dal secchiaio di cucina, dai lavandini, dalle vasche e docce, dai bidet, da speciali lavorazioni, contenenti tutte detersivi e grassi chimici, dette anche ‘acque grasse’: vengono convogliate in vasche dette “condensa-grassi”, strutturate in vari scompartimenti per la sedimentazione, per poi finire depurata o nella rete fognaria oppure in quella di sub-irrigazione che vediamo qui sotto.
Acque nere: le acque dei ‘sciacquoni’, quelle quindi dei w.c., che dovrebbero contenere soltanto la pipì, la ‘cacca’, la carta igienica e magari qualche avanzo di cibo liquido non consumato (tipo minestra, brodo. ecc.),
Le acque grigie e le acque nere hanno due destinazioni:
1) le Fognature pubbliche, principalmente nelle città e nei paesi con rete fognaria esistente, con conseguente trattamento delle acque reflue e speciali depuratori industriali;
2) la raccolta in vasche a tenuta (dette ‘fosse biologiche’, o vasche ‘Imhoff’), che comunque devono essere svuotate periodicamente da ditte specializzate.
Il cosiddetto ‘troppo pieno’ (la parte liquida) che entra in queste vasche strutturate a vari scomparti, per caduta naturale, viene convogliato a sua volta in particolari ‘vassoi’ o ‘letti assorbenti’ per la fito-depurazione (depurazione vegetale) dei liquidi, attraverso la copertura con una vegetazione idrofila, cioè ad alto assorbimento di acqua (es.: bambù, salice, felce, lauroceraso, frangola, iris, ecc.).
L’acqua che fuoriesce da questa struttura, dopo queste successive decantazioni, è depurata (mi ricordo che in Persia, negli anni ’60, si diceva che una fogna ‘a cielo aperto’, lungo le strade cittadine, che corre su circa 50 metri di terreno inerbito, è praticamente depurata!).
Questa struttura, il vassoio assorbente, è formato da una vasca o bacino a tenuta stagna (in muratura, in calcestruzzo o in materiale plastico prefabbricato), con il fondo orizzontale a perfetto livello, dimensionato ai fabbisogni della famiglia; è situato inoltre a circa 70/80 cm sotto il livello del suolo.
Questo contenitore viene riempito a partire dal fondo con uno strato di ghiaione lavato, per uno spessore di 15/20 cm, onde facilitare la ripartizione del liquame proveniente dalla vasca Imhoff e successivamente uno strato di ghiaietto lavato dello spessore di 15 cm circa, come supporto alle radici.
Sopra lo strato di ghiaietto, sono posti un particolare telo impiegato nell’edilizia (chiamato ‘tessuto non tessuto’), ed in seguito 40/50 cm di una miscela costituita circa da 50% di terreno vegetale e 50% di torba, su cui saranno messe a dimora le piante su-menzionate.

LA VITA LABORIOSA DELLA NATURA NEI CAMPI

In quei Paesi europei che vantano una lunga e storica tradizione agricola come l’Italia, i terreni ricchi e baciati da un clima mite sono ampiamente rivestiti di pascoli e coltivi ed altri insediamenti agricoli.
Queste terre sono naturalmente portate ad ospitare in modo particolare l’allevamento, l’agricoltura e lo sviluppo della fauna e della flora selvatiche.
Animali e vegetali vivono quindi al ritmo del calendario agricolo dell’agricoltore, continuando senza sosta vivere, a ricostruire ed a sopravvivere laddove sfalci dell’erba, arature, raccolti di seminativi od altri interventi più o meno ‘violenti’ dell’uomo, distruggono regolarmente i loro ambienti e la struttura del terreno del loro habitat.
Vista dall’alto, la campagna italiana appare con mosaici colorati attraversati da piccoli sentieri e da qualche strada sterrata, magari distanti da grosse città od insediamenti industriali o artigianali o da vie di grossa comunicazione; qui le campagne invitano a stupende e rilassanti passeggiate.
Con l’occhio più attento del visitatore e con un po’ di curiosità, si possono osservare molte altre cose: l’attività impressionante di uccelli ed insetti, o la timida presenza di mammiferi, per non parlare di quella ancor più silenziosa, discreta e meno appariscente di orchidee selvatiche, funghi o fiori profumati.
Nella fattoria didattica s’incontra la vita intensa dei campi, alla scoperta personale di particolari all’apparenza insignificanti, sfuggenti e nascosti ai più, all’acquisizione di un nuovo modo di percepire la campagna ed i suoi divertenti e speciali abitanti naturali.
LA VITA DELLA NATURA, NASCOSTA NEI GIARDINI
I giardini sono essenzialmente dei fazzoletti di terra rubati alla campagna o alla città, coltivati con amore e dedizione, magari anche un po’ trascurati, ma sono innanzitutto luoghi in cui la natura trionfa in tutte le sue forme, e anche se curati ed affidati ai giardinieri più abili ed appassionati, non si lasciano mai addomesticare completamente.
Ossia, per quanto ci si impegni alla logica di una cultura specialistica ed artificiosa gestita dall’uomo, i giardini conservano infatti molti aspetti misteriosi e nascosti legati all’eterno dualismo tra natura e coltura.
Infatti, che sia sul tappeto erboso, piuttosto che nelle aiuole dei fiori, nell’orto domestico ad uso familiare, oppure nel cumulo di compostaggio dei rifiuti organici della cucina o dell’umido di scarto del giardino, tra le siepi, i cespugli e gli alberi, possono in realtà arrivare o transitare in qualsiasi momento ospiti inattesi.
E quando capita di imbattersi e di sorprendere questi piccoli animali selvatici, bisogna essere in grado di riconoscerli, di capirne le abitudini ed il ruolo che rivestono nell’economìa dei giardini, intesi come luoghi di convivenza tra uomo e natura, cosi pure come nel delicato equilibrio dell’ambiente circostante (biodiversità).
…E QUELLA SEGRETA DEL BOSCO
La vita della natura del bosco e del sottobosco passa spesso inosservata a chi passa o passeggia distrattamente senza prestare un po’ di attenzione e spirito d’osservazione: è infatti una vita ed un trascorrere del tempo discreti, che si ripete giorno per giorno, stagione per stagione, sin dalla notte dei tempi, ama nascondersi e mimetizzarsi, per poi riprendere il suo corso in libertà, tra i mille altri rumori del bosco, appena si spegne e si allontana quello dei passi umani.
Soltanto allora, magari da un cumulo di pietre sbucano un toporagno o una lucertola, il daino riprende a pascolare o a corteggiare la sua compagna e, mentre l’agilissimo ghiro si rimette in cerca di cibo, la donnola, il tasso, la rana piuttosto del fagiano o della lepre, si avventurano allo scoperto, rinunciando alla protezione naturale dell’intrico della vegetazione folta e rigogliosa...
UCCELLI
Camminare in mezzo alla natura osservando gli uccelli ed ascoltando il loro canto sono un’attività rilassante e gratificante, che apre al visitatore infinite possibilità di ricerca personali (“birdwatching”).
Gli Uccelli presenti in un certo territorio sono un buon segnale ed un buon parametro dello stato di salute di quell’ambiente.
Gli uccelli ci affascinano forse anche perché sono creature estremamente piacevoli, cantano spesso divinamente e deliziosamente e hanno lo stupendo ed invidiabile dono del volo, quella meravigliosa fortuna di vedere il mondo dall’alto, il grande sogno dell’uomo realizzato sin dalla notte dei tempi con i primi tentativi di volo di Icaro.
Derivano dai rettili che possono considerarsi loro antenati. Il loro scheletro è strutturato per il volo. Hanno infatti ossa vuote piene d’aria (ma robuste) e quindi leggere.
I piedi – Sono molto importanti, così come la disposizione delle dita (ad esempio il picchio, due davanti due didietro, coda come appoggio – gli uccelli acquatici hanno invece i piedi palmati per nuotare a mò di pale, altri per camminare in terreni fangosi e paludosi senza affondare - ).
Il piumaggio – E’ una caratteristica peculiare che contraddistingue gli uccelli dagli altri animali (proviene sembra dall’evoluzione delle scaglie dei rettili); fatto di ‘cheratina’, come le unghie, i capelli, il becco.
Le penne hanno varie funzioni: gli uccelli sono fittamente ricoperti di penne e di piume: un piccolo passero ne ha circa 2.000, mentre il cigno reale può averne circa 5.000! Le penne (dette “penne di contorno”) sono quelle che ricoprono il corpo di un uccello adulto e definiscono infatti la forma ed i contorni del corpo. Sono allo stesso tempo robuste, resistenti e leggere.
Le piume invece ricoprono il corpo dei giovani uccelli, anche gli adulti le posseggono sotto le penne e servono come strato protettivo isolante contro il freddo – sono animali a sangue caldo e mantengono la temperatura attorno a 41 °C anche in pieno inverno -.
I colori del piumaggio (dipendenti dai pigmenti della cheratina) variano da razza a razza, secondo le stagioni, il sesso e l’età.
Il becco – Viene usato non soltanto come semplice bocca, bensì anche come mano: serve per pulirsi, per raccogliere materiale per la costruzione del nido, persino per spostarsi (esempio il pappagallo); ma principalmente serve per afferrare e mangiare il cibo – i rapaci hanno becco adunco ed uncinato per strappare e lacerare la carne. I granivori hanno becco robusto per rompere noci e semi. I pescatori lo hanno a forma di fiocina per trafiggere le prede acquatiche. Gli limicoli hanno invece becchi lunghissimi per sondare il fango in cerca di cibo. Gli insettivori hanno becchi piccoli e sottili coi quali perlustrano siepi ed arbusti.
Gli organi di senso – Sono molto simili ai nostri. La vista e l’udito sono molto ben sviluppati. In particolare la vista è acuta ed alcuni uccelli hanno il bulbo oculare più grosso di quello umano. L’aquila può scorgere una preda a 2 km di distanza!
Gli occhi inoltre sono prominenti e disposti ai lati della testa per aumentare il campo visivo; i rapaci notturni però hanno occhi frontali e ruotano il capo che è mobilissimo.
Gli uccelli acquatici hanno una membrana trasparente che ricopre l’occhio quando sono sott’acqua: Questa agisce come lente d’ingrandimento ed ha il pregio di mettere a fuoco a qualsiasi distanza (noi se apriamo gli occhi sott’acqua, ogni dettaglio diventa confuso e sfuocato).
L’udito è ben sviluppato (riconoscono i canti ed i richiami degli altri uccelli a notevoli distanze). In particolare, gli uccelli notturni hanno un udito specialmente affinato ed i rapaci sono in grado d’avvertire i minimi rumori di movimenti di prede. Gli altri sensi (odorato, gusto e tatto) sono meno importanti.
UN GRANDE MISTERO
Ogni autunno migrano milioni di uccelli: rondini, oche e anatre selvatiche, cicogne e cuculi. Lasciano i paesi dove hanno passato l’estate e volano verso paesi più caldi. Alcune specie di uccelli migrano in gruppo, come le rondini, altri volano via da soli.
Gli uccelli migratori spesso volano per migliaia di chilometri, attraversando oceani e montagne. Vanno nei luoghi dove sono andati anche i loro antenati per migliaia di anni. Gli uccelli trascorrono tutto l’inverno in questi paesi ed in primavera ritornano al luogo da dove sono partiti. Talvolta tornano agli stessi nidi dell’anno precedente.
Gli uccelli però non sono gli unici animali migratori. Infatti ci sono pesci, mammiferi ed insetti che migrano.
Alcuni animali, come le renne, migrano due volte l’anno in cerca di cibo. Altri migrano disordinatamente facendo piazza pulita di tutto il cibo che trovano, come le cavallette e i lemming. Altri, infine, come i salmoni e le anguille, si spostano al momento della riproduzione.
Cosa spinge questi animali a migrare? Come fanno gli uccelli a sapere che la brutta stagione sta per arrivare? Come sanno dove andare? Che cosa li guida sempre al medesimo posto?
A questi difficili domande tentano di rispondere gli scienziati, ma nessuna delle risposte date è sicura e la vera ragione delle migrazioni resta un mistero da scoprire…
Sembra che gli uccelli hanno la capacità di decidere di migrare facendo riferimento alla durata delle ore di luce delle giornate.
La migrazione viene indotta non tanto dal pericolo del freddo dell’inverno, ma dalla scarsità od addirittura completa assenza di cibo. Infatti non tutti gli uccelli migrano, rimangono per lo più quelli più abili a procurarsi il cibo, partono invece moltissime femmine e giovani.
Le distanze delle migrazioni: le rondini (uccelli migratori per eccellenza, diffusissime una volta con i loro classici nidi nelle stalle dei contadini) che nidificano in Europa e svernano in Africa Meridionale, compiono due volte l’anno 8.000 km! Molto spesso ritornano esattamente nel nido d’origine. Erano numerosissime nelle stalle dei contadini delle nostre terre, grandi cacciatori di mosche, ma i veleni adoperati in agricoltura e l’inquinamento industriale e delle città hanno ridotto parecchio la loro presenza oggi.
La berta lascia le coste Britanniche ed attraversa l’Atlantico per svernare in Brasile ed Argentina.
La starna addirittura nidifica sulle coste dell’Artico e sverna nell’Antartico (passa quindi dal Polo Nord al Polo Sud compiendo una traversata verticale del globo per 12.000 km!).
Tutti questi uccelli quindi godono di due estati all’anno.
L’origine delle migrazioni è stata provocata dall’avanzata e dal ritiro della calotta polare di ghiacci (11.000 anni fa).
Di solito, quanto più a nord gli uccelli nidificano, tanto più lontano a sud vanno a migrare. Il mistero è come fanno a trovare la strada giusta, come si orientano nei cieli delle loro rotte, di quali strumenti naturali fanno affidamento!??
Sono principalmente guidati dall’istinto animale (inclinazione congenita ed ereditaria che fa parte dell’inconscio e che spinge gli esseri viventi a preservare e tramandare delle caratteristiche individuali per la sopravvivenza della specie): la loro abilità nella navigazione aerea è veramente qualcosa di fenomenale!
Molti si orientano aiutandosi con la posizione del sole e delle stelle nel cielo (ma se il cielo è nuvoloso, possono andare fuori rotta).
Sono una bussola vivente, forse sensibile al campo magnetico terrestre.
Tramite esperimenti con inanellamenti di uccelli alla partenza del luogo di nidificazione con codici internazionali di riferimento, catturati cioè in luoghi lontani di svernamento, marchiati e registrati, al ritorno esatto nel luogo d’origine, si è potuto facilmente verificare che erano gli stessi uccelli partiti nell’autunno scorso.
Altri esperimenti hanno dimostrato che uccelli catturati durante il loro viaggio migratorio, spostati dalla loro rotta per un certo tratto e quindi in una situazione di disorientamento, poi rilasciati, continuano il loro viaggio come se niente fosse successo, muovendosi parallelamente alla loro direzione originaria, terminando poi il viaggio in una zona che per essi è la loro destinazione.
IL MIELE
Il miele, questo “dono” della natura, prodigiosa sorgente d’energia, salute e benessere, é il prodotto alimentare che le api domestiche “fabbricano” principalmente utilizzando il nettare di svariati tipi di fiori, ottenendo mieli “floreali” di nettare (distinti in “monofloreali”, dove sono presenti in percentuale predominante un’unica origine botanica - ad es. acacia, castagno, etc. - e “polifloreali” - il cosiddetto miele di “Millefiori”); più raramente elaborano le secrezioni zuccherine provenienti da foglie o parti di piante “punte” da particolari insetti parassiti (mieli “extra-floreali” di melate), “bottinandole” in aree di pianura, collina o montagna. Tali sostanze sono trasformate dalle api combinandole con prodotti propri, immagazzinate e lasciate maturare nei favi dell’alveare.
Il COLORE del miele può variare dal chiaro paglierino (mieli “chiari”) al bruno scuro/nero (mieli “scuri”) e la sua CONSISTENZA può essere liquida, oppure solida; la CRISTALLIZZAZIONE più o meno rapida é in funzione della sua temperatura e del rapporto glucosio/fruttosio proveniente dal nettare di fiori di specie diverse: quindi questo stato fisico modifica solo l’aspetto, ma non ha influenza alcuna sulle caratteristiche del miele!
Riguardo la DURABILITA', il termine minimo di conservazione é in genere superiore ai 18 mesi; chiaramente la durata di un prodotto è in funzione dei modi e delle condizioni di conservazione: il miele và possibilmente mantenuto in luogo fresco, asciutto ed al riparo dalla luce.
Il miele é lo “zucchero” dei fiori, infatti per circa il 75% è composto da questa sostanza alimentare energetica per eccellenza.

Gli zuccheri semplici del miele una volta ingenti vengono prontamente assimilati dal nostro organismo senza l’intervento di enzimi digestivi; invece, la maggior parte degli zuccheri composti raccolti dai fiori vengono trasformati dalle api in semplici grazie all’enzima invertasi secreto dalle ghiandole salivari. Lo zucchero bianco comunemente usato e invece composto al 98/99,5% di saccarosio (zucchero composto) ed é totalmente privo di altri componenti nutrizionali richiede quindi un processo digestivo.
Il miele é perciò un alimento in grado di fornire energia ‘istantanea”, ed in parte anche di lunga durata, per quella presenza di zuccheri semplici e composti con tempi diversi di assimilazione.
Il miele, inoltre, diversamente dallo zucchero comune, ha un costo ambientale prossimo allo zero, e la sua produzione sfrutta soltanto risorse rinnovabili.
Qualità
Le sue qualità non sono limitate al fattore energetico. Nel miele sono presenti molte sostanze che ne fanno un alimento di alto valore biologico. Infatti, oltre all’acqua e agli zuccheri, troviamo altre sostanze come aminoacidi, acidi organici ed inorganici, ormoni, vitamine, enzimi, lieviti, inibine, sostanze antimicrobiche ed infine minerali ed oligominerali.
Il miele contiene dunque dei battericidi che lo rendono un alimento “vivente” ed igienicamente sicuro. E' dimostrato infatti che il miele ha importanza fondamentale non solo per il suo benefico intervento nel metabolismo di un individuo, ma anche come attivatore di processi di difesa. E' pertanto, nello stesso tempo, un prezioso alimento ed un farmaco naturale. Ma perché mantenga intatti tutti i suoi valori biologlci deve essere “vergine integrale“, cioé immune da manipolazioni e trattamenti industriali, come possono essere la pastorizzazione e la raffinazione, i quali ne distruggono i componenti fondamentali come le proteine.
Il miele deve essere confezionato e quindi consumato così come é stato estratto dai favi presentando una forma Iiquida viscosa; conserva così tutte le qualità biologico-nutritive offerte dalla natura, indipendentemente dal presentarsi successivamente in stato liquido o solido-cristallizzato.

Come si osserva l'infinitamente grande...
Esistono diversi strumenti per l’osservazione di oggetti che non possono essere visti ad occhio nudo.
La lente d’ingrandimento è una speciale lente convergente usata per osservare meglio oggetti molto piccoli.
Il cannocchiale è uno strumento ottico, composto essenzialmente da un obiettivo e da un oculare, che serve per osservare oggetti lontani e per vederli ingranditi.
Si parla invece di binocolo quando tale strumento è costituito da due cannocchiali gemelli dentro i quali si guarda con entrambi gli occhi, mentre il monocolo è composto da un unica canna d’osservazione.

e l'infinitamente piccolo!
La dimensione delle cellule si misura in “micrometri”: un’unità di misura che equivale ad un millesimo di millimetro. Per esempio, i globuli rossi del sangue misurano 7,5 micrometri (cioè millesimi di millimetro), mentre le cellule nervose dell’uomo misurano invece circa 100 micrometri.
Non è quindi possibile osservare le cellule ad occhio nudo, neanche per quelli che hanno vista 12/10!
Gli scienziati e gli appassionati devono avvalersi di strumenti in grado di analizzare ed osservare questi elementi piccolissimi.
Cos'è il MICROSCOPIO?
Perciò è necessario l’ausilio del MICROSCOPIO.
Ne esistono naturalmente vari tipi, dai semplici a quelli elettronici più sofisticati.
Il campione da sottoporre ad osservazione deve essere molto sottile perché possa essere attraversato dalla luce. Esso va appoggiato su un vetrino porta oggetto ed eventualmente bagnato con una goccia d’acqua per ottenere il “preparato”.
A questo punto lo si copre con il vetrino copri oggetto e può essere sistemato sulla piattaforma del microscopio per essere osservato.
IL MONDO CONTADINO: FATTORE NOSTALGIA
Memorie di un mondo lontano, ma ancora vivissimo nel ricordo di molti contadini anziani. Questo è il racconto di un contadino vicentino di nome Giuseppe, chiamato classicamente ‘Bepi’, nato nel 1914, che oggi vive in una grande città da decenni, ma i luoghi nei quali è cresciuto, li sono rimasti nel cuore.
Ascoltare i suoi racconti, significa scoprire un mondo contadino che dista meno di cento anni da noi, ma sembra allo stesso tempo lontano millenni!
Questa non è una storia fuori dal comune, ma può essere il ricordo, la testimonianza e la vita vissuta che rispecchia quella di moltissimi altri contadini di una volta.
Una esistenza tutt’altro che facile. Racconta Bepi:
"Eravamo in famiglia in nove: io, tre sorelle, tre fratelli ed i miei genitori. Avevamo poca terra, dove ci cresceva un po’ di grano, qualche patata e della verdura. Il cibo in tavola non c’è mai mancato, ma non ne abbiamo mai avuto in abbondanza”.
La dieta di Bepi inevitabilmente ruotava sempre intorno ai soliti piatti: minestra, talvolta tagliatelle, spesso polenta. Unico lusso: a Natale un pollo! A parte questo, niente carne.
D’altra parte, se la famiglia di Bepi non possedeva molta terra, non aveva nemmeno i mezzi per farla sfruttare.
Bepi riassume così l’attrezzatura a loro disposizione: una zappa, un badile ed un rastrello. Semplicissime macchine agricole, come l’aratro e l’erpice, erano già fuori dalla loro portata.
L’irrigazione dipendeva dai capricci della pioggia. Eppure Bepi, nonostante una vita dura e parca, non riesce a nascondere una velata nostalgia per quel periodo, specie per quanto riguarda alcuni aspetti.
Dalle sue parole, ad esempio, emerge il ricordo di un’armonia con la natura che oggigiorno purtroppo non ci appartiene più.
“I nostri animali erano membri della famiglia; avevamo un cane ed una capra, e tutti e due erano affettuosi allo stesso modo. Mio padre, poi, trattava come un animale domestico anche il topolino che viveva sotto il lavello…Invece di dargli la caccia, gli dava da mangiare.”
Ma il tenero sguardo di Bepi si illumina davvero quando arriva il momento in cui rievoca la vita sociale del paese.
"Avevamo ospiti quasi ogni sera. Giocavamo a dama, a carte o a tombola. Di domenica, mio padre tirava fuori la fisarmonica, e si ballava. Quando c’era la messa nel paese, le scarpe belle, che s’indossavano soltanto quel giorno di festa, non c’erano per tutti noi fratelli, quindi a turno bisognava aspettare che tornassero alcuni, per scambiarcele (spesso si calzavano strette oppure erano troppo larghe)!”
Svaghi semplici per gente semplice, senza pretese, appagata da una dimensione comunitaria ed umana che trasformava l’intero paese in un’unica famiglia.
“Se c’era qualcuno malato”, prosegue Bepi, “c’era sempre qualcun altro che lo accudiva”.
Ed aggiunge una frase che vale più di qualunque commento: “Nessuno era mai solo”.
L’agricoltura moderna ha fatto passi da gigante, dai tempi in cui il padre del nostro Bepi spaccava le zolle a colpi di zappa. Oggi gli agricoltori ottengono mille volte di più con un millesimo dello sforzo di allora!
Ma se quello di Giuseppe, per molti versi, era un mondo di grande povertà, nel contempo era infinitamente più ricco del nostro…
LE STORIE CHE NON FINISCONO MAI
Scrive una scuola:
“Noi abbiamo scoperto che certe storie vere non finiscono mai, perchè ricominciano sempre. Come la storia dell'albero.
L'albero d'inverno dorme, poi a primavera si risveglia e mette le gemme e poi i fiori e poi i frutti. In autunno le foglie diventano gialle o marroni o rosse e cadono. E l'albero si addormenta. Poi si ricomincia da capo”.
FATTORIA DIDATTICA “FAVOLOSA”
Le favole raccontate e vissute, in un mondo dove i bambini hanno sempre più difficoltà ad esprimere i propri desideri interiori, concentrati più verso un ascolto ‘passivo’ e solitario davanti agli ottimi ‘baby-sitters’ tecnologici e freddi della televisione e dei computers/video-giochi, assumono una valenza molto importante nel loro percorso evolutivo e formativo.
Le competenze per poter raccontare buone storie, non sono di facile acquisizione, poiché principalmente devono trovare un riferimento ad una cultura e ad una tradizione personali dello stesso narratore del racconto.
E se queste mancano, sono molto difficili da costruire.
Queste capacità presuppongono una speciale disponibilità, che deve essere reale e sincera per questo tipo di comunicazione e per il genere di relazione che s’intende stabilire: complicità, autenticità, empatia, entusiasmo e coinvolgimento emotivo e relazionale viaggiano insieme.
Non si può fare il racconta-storie se non si vive intensamente dal di dentro la storia stessa che si va ad illustrare, partecipando completamente al clima emotivo che le stesse si pongono di creare.
Lo stesso racconto o la lettura di una favola implicano il “mettersi in gioco” con i bambini-spettatori ed è proprio il grado di disponibilità a farlo a rendere l’esperienza unica e positiva ed a conferirle un valore educativo-terapeutico. Lo stesso grande musicista italiano Paganini testimoniava che “raccontare storie rende letteralmente esausti”.
Nel leggere la fiaba è necessario quindi un coinvolgimento ed un trasporto integrali del corpo, dell’anima e della mimica del narratore, ponendosi in un complesso articolato di relazioni tra chi racconta e chi ascolta.
Raccontare perciò significa “sapersi raccontare”, cioè saper trovare dentro se stessi – magari scavando nell’inconscio profondo di quella parte di se stessi perennemente ancora rimasta bambino – significati di una storia che ci coinvolgono e che ci interrogano.
Tutte le storie del mondo sono costruite con una introduzione, una parte centrale ed una fine.
Il classico inizio “c’era una volta…”, stabilisce quell’intento di “far finta sul serio” dove inizia il gioco ‘favoloso’.
Gli occhi degli ospiti guardano i gesti e la bocca del narratore, la sua voce invece stimola emozioni e sensazioni diverse.
Narrare storie significa anche mettere insieme – come delle tessere di un domino – pezzetti della propria esperienza con quella di chi ci ha preceduto e ce l’ha a sua volta narrata, lasciandocela e consegnandocela a testimonianza dei suoi stessi tentativi.
Nel magico momento del racconto, scaturisce un elemento positivo e di rassicurazione.
Di storie ne conosciamo tutti, adulti e bambini. Non sono i contenuti a mancarci, bensì è la “capacità a narrare”, manca quel silenzio interiore per ritrovarla, per costruirla ed esprimerla, venendo a patti con la propria esperienza vissuta e la nostra bravura espressiva.
L’esperienza della lettura aiuta (adulti e bambini) a scoprire ed a mettere in risalto un angolo recondito di silenzio, di riflessione, di tranquillità interiori, ritrovando la capacità di narrare la storia che ci riguarda più da vicino, quella che in quel momento per noi è più ispirante, più calzante e significativa.
I bambini, nella loro delicata ed allo stesso tempo bellissima fase di crescita, pensano in termini di narrativa fantastica, inventando giochi e giustamente proiettandosi in esperienze spesso lontane dalla vita di tutti i giorni.
Le più belle storie, quelle che hanno successo, sono proprio quelle che riescono a “ricatturare” queste esperienze ‘fantastiche’, le quali oltretutto danno loro un ordine ed una conclusione rassicurante, risolutiva e soddisfacente: è quella che essi stessi cercano, ma che spesso non sono in grado di darsi da soli.
Calandosi nella realtà delle Fattorìe Didattiche-Educative, raccontare significa quindi condividere storie e situazioni, illustrare ed animare i diversi aspetti del mondo delle fattorìe agricole e della loro vita in campagna, facendo nascere o sviluppare la passione per la scoperta o ri-scoperta della propria storia, al passato ed in futuro.
Ciò diventa in qualche maniera lo specchio di quel che si è stati in passato, di quello che si è oggi, del tempo che si è vissuto in uno dei tanti luoghi in cui si è abitato, delle cose che si sono incontrate e raccolte, e, naturalmente, delle persone conosciute; dei loro volti, delle loro parole, delle loro qualità e di quello che ci hanno insegnato.
Il racconto (inteso come fiaba, filastrocca, conta, ninna-nanna, tiritera, poesìa o filò che sia), è un semplice e piacevole gioco che ricuce i momenti, le immagini, le azioni, i ricordi dolci, le scene cruciali dell’esistenza di ognuno di noi.
Si scoprirà ben presto che chi crede di non ricordare, si accorgerà che troverà alle sue spalle un mondo che non aspetta altro che essere ritrovato.
In definitiva, raccontare in prima persona, con la voce e la gestualità necessarie, significa intraprendere un viaggio insieme ai bambini ospiti alla riscoperta del ricco patrimonio della tradizione orale di un tempo, di un’antica sapienza e saggezza popolari (purtroppo oggi spesso ignorate, non più rispettate o riconosciute, oppure dimenticate), basate proprio sull’arte di tramandare storie o leggende.
Magari ambientato nello scenario improvvisato di un piccolo teatrino a cielo aperto, significa inoltre anche trasmettere al bambino un’esperienza specialissima: l’immersione totale in un universo a lui sconosciuto o comunque poco noto, per mezzo di una lettura del mondo fatta di gesti, parole, sguardi, sorrisi, giuochi, suoni, colori ed espressioni recuperati da una storia antica che è doveroso tenere viva.
STORIA di MONTE BERICO
Vi presentiamo un piccolo riassunto storico-culturale del Monte su cui ci troviamo, che vede il passaggio di migliaia di visitatori ogni anno
Nei primi decenni del 1400, imperversava a Vicenza una pestilenza ostinata, importata dai soldati nella guerra tra la Repubblica Veneta ed i Visconti di Milano.
II 7 maggio del 1426, come ogni giorno, Vincenza Pasini, malgrado i suoi settanta anni, si recava a Monte Berico per portare del cibo a suo marito Francesco che lavorava in una piccola vigna sul colle.
Ma quel giorno non doveva essere uguale a tutti gli altri: giunta in prossimità di una croce d’ulivo di fronte alla quale era solita pregare, infatti la donna fu testimone di una serie di fenomeni destinati a lasciare un segno nella città di Vicenza.
Tra un bagliore di luce e alcuni suoni misteriosi, apparve, profumando l’aria, un'immagine con vesti d’oro luminosissime.
La povera donna, sconvolta, cadde a terra sbalordita, ma l’apparizione la rincuorò rivelandosi e, poggiandole la mano sulla spalla destra, le disse di andare in città e convincere i vicentini a costruire un tempio nel punto in la Vergine si era manifestata, e che se i vicentini avessero scavato, in quel luogo ne sarebbe scaturita una sorgente; infine, prese la Croce di rami d’ulivo, tracciò con essa il perimetro del tempio richiesto e, dopo aver detto che coloro che vi fossero recati in preghiera la prima domenica del mese, avrebbero ricevuto delle grazie, piantò per terra la Croce e scomparve.
La donna divulgò subito la notizia in città, parlandone anche con il Vescovo, ma non venne creduta. Questa incredulità durò due anni, precisamente fino al 2 agosto 1428, quando la Vergine, riapparendo a Vincenza, rinnovò l’appello.
Questa volta il Vescovo e le autorità importanti della città decisero di effettuare un sopralluogo a Monte Berico, dove effettivamente constatarono il solco ancora inspiegabilmente integro tracciato dalla prima apparizione.
Il 25 agosto si decise quindi di avviare i lavori di costruzione del tempio; al tempo stesso, venne effettuato uno scavo nel luogo preciso indicato dalla Vergine, e da lì, come promesso, scaturì una fonte d’acqua, che tra l’altro contribuì al fabbisogno dei lavori di costruzione.
In coincidenza con questi fatti la peste diminuì sensibilmente, per poi in breve tempo scomparire del tutto dalla città. Inoltre, l’acqua stranamente scaturita risultò dai poteri miracolosi, guarendo chi la beveva: questo prodigio durò 81 anni, esattamente fino a che la fonte si seccò improvvisamente quando venne condotto un cavallo malato che guarì.
Ci furono altri eventi miracolistici, ma questo è degno di racconto: durante un atto di brigantaggio da parte di alcuni ladri della città, uno di essi, nella fuga, tentò di trovare rifugio nella Penitenzerìa della Basilica, e, vista una finestra aperta che guardava verso la Valletta del Silenzio, si gettò inconsapevolmente nel vuoto, effettuando un salto di parecchi metri. Morì sul colpo.
Uno degli sbirri che lo rincorreva, nell’impeto dell’inseguimento, fece altrettanto, non avvedendosi del pericolo imminente. Cadde nel prato sottostante incolume: tutti gridarono al miracolo!
La costruzione al principio rappresentava una primitiva chiesetta, nucleo originario di quello che, con successivi ampliamenti, sarebbe diventato il più bello ed importante Santuario mariano del Veneto: quello “della Madonna di Monte Berico”.

La Basilica-Santuario è oggi costituita dall’insieme di due chiese: una di stile gotico, completata nella seconda metà del 1400; l’altra, di stile barocco, ampliata e completata da un certo Borella, dopo un primo ampliamento su disegno del Palladio (1576).
Dal centro di Vicenza, si può raggiungere Monte Berico e la Basilica, attraverso una teoria di portici (del 1700), formati da ben 150 arcate: quanti sono i grani del vecchio Rosario; e, ogni dieci arcate, da una Cappella nella quale sono dipinti i singoli Misteri del Rosario.
La cura del Santuario è officiata dai Servi di Maria ed è meta ininterrotta di pellegrinaggi da tutto il Triveneto e da altre regioni d’Italia.
LE SUORE CARMELITANE ‘SCALZE’ DI CLAUSURA
Una storia nel ‘silenzio della Valletta’, ascoltando il Vangelo.
L’Azienda agricola-didattica Giralafoglia è confinante sul lato nord con la proprietà delle Monache di Clausura di Santa Teresa di Gesù Bambino: qui avviene l’incontro tra il disegno umano e quello divino.
La Comunità del Carmelo di Vicenza, fondata nel 1949, trae fondamento dall’Ordine Carmelitano ed il luogo d’origine è il Monte Carmelo in Palestina (“Karmel” significa ‘giardino’, ma anche ‘rosso’, oppure ‘chicco di frumento o di orzo’), un promontorio di circa 500 metri d’altezza sul livello del mare, che si erge sopra il golfo della città marittima di Haifa, nello stato di Israele.
Le Suore sono una presenza discreta, silenziosa e rispettosa, dove una comunità di monache costruisce la propria vita: esse hanno scelto una vocazione che mette allo stesso tempo al primo posto Dio, ma anche l’uomo, poiché creato a sua immagine e somiglianza.
Una vocazione dunque che privilegia il silenzio, le voci sotto-tono, l’ascolto, l’amore supremo, il canto, l’orazione, la contemplazione ed infine l’immobilità, in un mondo in continuo movimento pieno di velocità, frenesia e super-tecnologico, in una società che sempre più tende ad omologare stili, significati, modelli di vita esasperati, di basso profilo morale, facendoci perdere gli orizzonti più belli.
La posizione geografica è semplicemente magica: da un lato, verso sud, i boschi di pino, larice, carpino, ma anche cedri maestosi, magnolie e laurocerasi e con una strepitosa veduta sul parco circostante il Monastero, sui prati e sui campi che guardano verso la Valletta del Silenzio ed oltre i Colli Berici, con uno scorcio sullo sfondo della cupola della Basilica di Monte Berico, che quasi si erge a protezione del Convento stesso; dall’altro, il panorama mozzafiato, verso nord, con all’orizzonte il corteo di montagne alpine (Pasubio, Altopiano di Asiago, Monte Grappa) che sovrastano le città di Schio, Thiene, Marostica e Bassano del Grappa, contornati da numerosi paesi e paesini limitrofi, mentre in primo piano si estende la bella città di Vicenza.
Qualunque sia il motivo o l’ispirazione che portano una persona a visitare un Monastero, l’immaginazione collettiva tende a pensare a suore concentrate in colloqui e meditazioni tra foglie e piante, tra cielo e terra, tra sole e giuochi di luce ed ombre, tra rami mossi dal vento e cortecce di piante secolari.
Le monache impiegano il loro tempo libero dalla preghiera, con occupazioni quali ricami, pitture, scritture e correzioni di bozze tipografiche, lavori agricoli nel giardino, nell’orto e nel vigneto di proprietà, poiché tutte quelle azioni che rispondono a bisogni imposti dalla vita naturale e sociale, sono riconducibili a preghiera, a sviluppo della mente, del cuore e dell’anima.
Nel monastero, sebbene il tempo è scandito giornalmente dai battiti regolari delle campane orarie (e della mezz’ora) della Basilica che dista soltanto 300 metri in linea d’aria, e dalle campanelle di richiamo alla preghiera, esso in realtà è privo di lancette, in una immobilità incredibile, ma contemporaneamente luogo d’incontro tra il tempo delle stagioni e quello della vita di ogni essere umano.
Questo è il luogo di una “scuola permanente” che disegna strade non asfaltate, senza alcuna segnalazione stradale, per raggiungere un Fine da conquistare volta per volta, coltivando ed amando la vita come un dono gratuito di Dio.
E’ un luogo anche dove si incrociano i percorsi d’incontro, condivisione, consolazione, aiuto, sofferenza, gioie, dolori, angosce, ansie, speranze, fiducia, smarrimento.
I muri del Monastero vanno quindi interpretati non come una prigione, una clausura forzata, una protezione da occhi e sguardi indiscreti o un isolamento o fuga dal mondo, ma come la corteccia di una pianta che trasmette linfa vitale ed energia contagiosa.
E’ curioso cercare di capire cosa spinge una persona a farsi monaca di clausura, ad entrare in un convento: si scopre così l’attualità di questa scelta coraggiosa, per niente ‘fuori dal mondo’, o spersonalizzante.
Ciò è giustificato dal fatto che sono molte le persone sconosciute che hanno lasciato pensieri, stimolate dall’invito nel Libro del Monastero: “Se vuoi, lascia qui la tua firma, le tue gioie ed i tuoi dolori. Ti ricorderemo nella nostra preghiera”.
Dunque il Carmelo di Vicenza è oggi una casa di preghiera dove dimorano – in modo generoso, semplice ed ospitale – il silenzio, il sorriso, la meditazione, l’aiuto, dando respiro ampio alla pace, ai profumi ed ai colori naturali del paesaggio circostante, messo gratuitamente a disposizione dei cittadini del mondo, nel nostro pellegrinare errante lungo i cammini spesso confusi, stressanti e disordinati della nostra vita, quando poco più in là i rumori, la velocità, il mondo frenetico ed inquietante, gli interessi materiali dominano ed annebbiano persino il senso del nostro vivere.
Non che questo luogo debba dare automaticamente verità, certezza o salvezza, ma può rappresentare luogo sottile, dolce e misterioso di disegni divini, anche per coloro che con affanno ed con ostinazione ricercano il senso della vita nel lavoro esasperato, nel successo ad ogni costo, nell’immagine dell’apparenza, nei conti in banca o nell’egoistico esercizio di poteri, in un mondo permeato da messaggi fuorvianti dei mass-media che inneggiano grandi contenuti di felicità ed appagamento più attraverso viaggi paradisiaci verso mete lontane, piuttosto che nell’impegno quotidiano, discreto, costante ed umile di una vita vissuta giorno per giorno; oppure a pretendere figli perfetti, sempre super-bravi a scuola o nelle attività sportive, piuttosto che nel dedicare loro più tempo, coltivando e condividendo il dialogo, l’ascolto, le emozioni, i desideri, i sogni, gli entusiasmi e le relazioni, alla ricerca intelligente di valori e sentimenti profondi e autentici.
Antonio FOGAZZARO
La vita
Nasce a Vicenza il 25 marzo 1842. Compie gli studi ginnasiali sotto la guida dello zio paterno. Dopo la maturità, si laurea in legge a Torino nel 1864. Gli anni torinesi sono anni di divertimenti; l'inclinazione di Fogazzaro a esercitare la professione di avvocato non è ben salda, la sua vocazione autentica è la letteratura.
Si trasferisce a Milano, dove subisce gli stimoli della Scapigliatura. Nel 1866 si sposa con Margherita dei conti di Valmarana. Nel 1869 nasce Gina, la sua prima figlia.
Dopo aver pubblicato dei versi, nel 1881 dà alle stampe il suo primo romanzo: Malombra. Fa la conoscenza di Giuseppe Giacosa e nel 1883 ha inizio la sua relazione con Elana, la donna che sarà così importante per il suo sviluppo spirituale e sentimentale. Nel 1885 esce Daniele Cortis, nel 1888 Il mistero del poeta. Nel frattempo scrive anche dei saggi. Nel 1895 pubblica Piccolo mondo antico, "romanzo di memorie e affetti familiari", considerato il suo capolavoro. Purtroppo, durante lo stesso anno, perde precocemente l'adorato figlio Mariano. Viene nominato senatore del Regno nel 1896. Intanto frequenta con sempre maggiore assiduità gli ambienti religiosi ed ecclesiastici. Pubblica altri due romanzi: Piccolo mondo moderno (1901) e Il Santo (1905). Quest'ultimo, considerato troppo moderno, viene proibito dalla Chiesa. Fogazzaro accetta l'ostracismo delle gerarchie cattoliche e cerca di rimediarvi con un'ulteriore opera, Leila (1910), ma sfortunatamente anche questo romanzo viene messo all'Indice.
Muore il 7 marzo 1911.
Opere
Malombra (1881); Daniele Cortis (1885); Il mistero del poeta (1888); Piccolo mondo antico (1895); Piccolo mondo moderno (1901); Il Santo (1905); Leila (1910)
Malombra
Esce nel 1881, lo stesso anno della pubblicazione de I Malavoglia di Verga. La protagonista è Marina che, orfana dei genitori, trova ospitalità presso lo zio, Cesare d'Ormengo. La giovane trova un manoscritto della nonna Cecilia Varrega, morta pazza perchè segregata per anni dal marito geloso. Marina è sconvolta da questa lettura. Di lei si innamora Corrado Silla, uno scrittore privo di successo, solitario e incapace di comunicare con i propri simili.. Corrado viene travolto dalla follia di Marina e muore ucciso da un colpo di pistola.
Al nucleo narrativo principale, si intersecano altre storie: quella, per esempio, del segretario tedesco Steinegge, che ritrova la figlia Edith, la quale rinuncia a una propria vita per assistere il padre umiliato e quella di don Innocenzo, un sacerdote di campagna che vive in serenità e semplicità la propria fede religiosa.
In Malombra vi sono degli squilibri narrativi, ma rimane uno dei romanzi migliori di Fogazzaro, complesso e moderno nel medesimo tempo.
Marina, di un "candore dorato", è una figura femminile di fascino, anche erotico, conturbante, mentre Corrado Silla, che lavora a un'originale saggio sull'ipocrisia, è il prototipo dell'intellettuale emarginato, vittima dell'incertezza e dell'inquietudine del suo temperamento e del suo secolo, uomo senza qualità inetto al vivere.
Daniele Cortis
Daniele è un uomo forte e sensibile. Trentenne colto e preparato, - è un eccellente economista -, Daniele è un conservatore il cui posto nella vita è "avanti, molto avanti". Tuttavia le sue ambiziose idee di rifondazione della vita politica della nazione falliscono.
Di lui si innamora Elena, già sposata con il barone Carmine di Santa Giulia, uomo mediocre, giocatore incallito e pieno di debiti. Combattuta da un lacerante conflitto interiore, Elena non intende tradire il marito ("fedele a se stessa, non a lui") e rinuncia all' amore per Daniele.
Nel frattempo, Daniele scopre che sua madre ha tradito l'onesto e retto padre proprio con il barone di Santa Giulia. La trama assume un carattere geometrico, ad incastri. Elena e Daniele rinunciano all'amore reciproco per farsi carico di colpe non proprie; l'una segue il marito in Oriente, l'altro si prende cura della madre.
Due, quindi, i motivi principali del romanzo: politico e sentimentale. Elena incarna la fedeltà coniugale, mentre è sconvolta dalla scoperta che la vita è una commedia piena di falsità.
Il mistero del poeta
È il romanzo più breve di Fogazzaro. Un poeta lascia un libro con la testimonianza di un'avventura sentimentale diversa dai consueti amorazzi volgari. Narra della bionda e alta Violet Yves, una donna fredda perchè delusa da un amore finito. Violet legge un libro del poeta e ritrova la propria sensibilità. Il poeta si propone di amarla, nonostante lei sia già legata in un rapporto più che altro di stima con un uomo, il mite professor Topler.
Il professore si fa da parte, Violet e il poeta possono sposarsi, quando riappare il vecchio amante di lei. Incombe la tragedia. Nell'emozione di rivederlo, la donna muore, fra le braccia del poeta.
Il romanzo costituisce una tipica espressione del decadentismo.
Piccolo mondo antico
La vicenda è ambientata sul lago di Lugano. Franco e Luisa si sposano contro il volere della marchesa Maironi, la nonna di lui. I due giovani conducono un'esistenza di ristrettezze economiche; hanno una bimba, Maria. La nonna perseguita Franco e proprio quando Luisa decide di affrontare la vecchia, una disgrazia glielo impedisce: nelle acque del lago annega la figlioletta Maria. Luisa si rinchiude nel dolore, mentre Franco trova conforto nella fede. I due sposi per tre anni si separano, ma poi finiscono per riconciliarsi.
Il motivo principale del romanzo è il confronto di due anime: Franco è colto, ma inetto a vivere, come Corrado di Malombra. Alla fine, però, si redime, superando l'intellettualismo velleitario che lo contraddistingue. Si confronta con la realtà, prima come umile traduttore, poi come soldato. Sorretto dalla fede riesce sa riscattarsi.
Luisa è attiva, autonoma, combattiva, animata da un forte senso di giustizia. È tuttavia priva di fede, anzi crede nell'esistenza di un "Dio cattivo". Proprio a causa della mancanza di fede, dopo i lutti che la colpiscono, Luisa si dà allo spiritismo, medita addirittura il suicidio.
Piccolo mondo antico ha l'ambizione di costituire uno spaccato della totalità dell'esistenza. Accanto ai due protagonisti, c'è una coralità di personaggi: la nonna, lo zio Piero. C'è il tema risorgimentale e c'è soprattutto la celebrazione del piccolo mondo della provincia, con le proprie ritualità, i ritmi, le abitudini, indifferente ai grandi avvenimenti storici.
Piccolo mondo moderno
Il protagonista è Piero Maironi, figlio di Franco e Luisa. Rimasto orfano, Piero, alla morte della bisnonna, ne eredita il patrimonio. Sposa Elisa, ma il matrimonio si rivela infelice. Elisa è affetta da una malattia mentale che la porterà in manicomio.
Piero è combattuto fra un'aspirazione ascetico-religiosa e l'amore terreno per Jeanne Dessalle. Intanto viene eletto sindaco, si impegna con alacrità nella vita pubblica, ricavandone tuttavia soltanto delusioni.
Piero appare "malcontento di sè, della vita inerte che conduceva, roso da inquietudini strane".
Il romanzo sembra suggerire la nostalgia per il vecchio mondo, apparendo il nuovo costituito da intrallazzi, basse ambizioni arriviste, intrighi, corruzione. Piccolo mondo moderno anticipa e prepara motivi e scrittura de Il Santo. Si intravedono anticipazioni delle tematiche care al romanzo cattolico del Novecento (vedi Mauriac).
Quest'operaè stata ambientata nel contesto magico della Valletta del Silenzio.
Il Santo
Piero Maironi si è rifugiato a Subiaco, presso una comunità di frati. Egli si propone "una riforma della Chiesa". Ritiratosi poi in solitudine in un paese di montagna, Piero acquista con le sue opere la fama di santo. Attorno a lui si accende presto una fede fanatica e la sua santità è comunque assediata, nel romanzo, dal mondo e dalla mondanità: nobildonne e descrizioni di rutilanti città straniere. C'è soprattutto la seduzione molto umana e terrena di Jeanne Dessalle.
Il Santo è dunque un romanzo di discussione religiosa, ma immerso nella fragilità umanissima del suo protagonista, attraversato da inquietudini e desideri che appartengono al mondo terreno.
Leila
Massimo Alberti è il discepolo del Santo. Colto, ha compiuto solidi studi di medicina, tuttavia non esercita la professione. Intende rinnovare il cattolicesimo. Pur professando un distacco religioso dalle faccende del mondo, Massimo subisce il fascino femminile di Lelia (o Leila appunto)
L'ultimo romanzo di Fogazzaro sembra una ricapitolazione dei motivi più importanti della narrativa dello scrittore vicentino. In primo piano sempre le tematiche religiosa e sentimentale.
Temi
Proviamo a riassumere i temi della narrativa di Fogazzaro.
C'è un'oscillazione fra la tranquillità della vita familiare e le esperienze tormentate. Alla vita ideale condotta nella quiete giornate della villa, fa da contrappunto un mondo corroso dalla malattia, dominato dal dubbio e dall'inquietudine. Sono le incertezze e le inquietudini della modernità che sembrano preoccupare Fogazzaro, il quale dipinge i valori del piccolo mondo di provincia, quale rifugio e fuga da quei turbamenti.
Fogazzaro finisce col ritrarre così la villa e la mondanità, l'aristocrazia e l'alta borghesia, mantenendo però sempre vigile lo spirito critico verso questo mondo.
La religiosità espressa dai suoi personaggi è sempre una religiosità problematica, sofferta, colma di ansia.
C'è nella sua produzione, orientata al romanzo psicologico, un'indagine attenta dei motivi profondi delle azioni degli uomini, un'indagine del subconscio e della malattia molto moderne. Necessario gli appare l'esame profondo di se stessi e dell'ambiente umano circostante, consapevole allo stesso tempo che "le sorgenti dell'ispirazione artistica sfuggono alla coscienza stessa dell'artista".
Il tono della scrittura è spesso malinconico, elegiaco. Si impongono la memoria, il ricordo, le occasioni perdute.
La natura e gli ecosistemi
L'azienda agricola
Il recupero agro-forestale
Andrea Palladio
Storia e tradizioni
Il Santuario di Monte Berico
I mille perché
La natura di Brocchi Colonna
La natura di Emanuela Ussia
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Un compleanno a Giralafoglia